Salute

Leucemia Linfoblastica Acuta: 9 bambini su 10 guariscono

Da gennaio 2018 disponibile in Italia la pegaspargasi, componente essenziale della nuova terapia contro questo tumore del sangue

LLA

Angelo Piemontese

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Ogni anno, nel nostro Paese, vengono diagnosticati 850 nuovi casi di leucemia linfoblastica acuta (LLA), metà dei quali riguardano malati con età inferiore ai 14 anni.

La LLA è infatti il tumore più diffuso nei bambini, ma c’è una buona notizia: il tasso di sopravvivenza a cinque anni ha raggiunto il 90%.

Significa che nove bambini su dieci hanno una remissione completa da questo tumore del sangue, molto aggressivo. “Il successo delle prognosi è stato raggiunto grazie al continuo sviluppo di nuovi trattamenti terapeutici e agli studi biologici effettuati negli ultimi quindici anni” dice a Panorama.it la dottoressa Annamaria Testi, del dipartimento biotecnologie cellulare della Sapienza Università di Roma e responsabile dell’unità di ematologia pediatrica presso lo stesso ente.

“Le terapie, pur impiegando farmaci di 20 anni fa, ora sono articolate in modo da poter migliorare le risposte: si sono cioè capiti meglio gli effetti benefici dei medicinali in base alla modalità di somministrazione e alle dosi”.

Insomma, finalmente è stata trovata al combinazione giusta di farmaci e dosaggi da associare alla tradizionale chemioterapia.

Estendere il tasso di guarigione anche oltre l’età infantile

Visti gli eccezionali risultati conseguiti nei protocolli di trattamento pediatrico, ora si sta applicando anche negli adulti la formula vincente adottata per guarire i bambini.

Nei pazienti sopra i 15 anni, infatti, i tassi di cura non vanno oltre il 40% (mediamente) a causa di ricadute che spesso si manifestano entro un anno dalla diagnosi.

Capisaldi delle cure sono la polichemioterapia, gli inibitori delle tirosin-chinasi per le LLA Ph+ (Philadelphia positiva, il sottogruppo genetico più frequente negli adulti), il trapianto di cellule staminali del midollo e anticorpi monoclonali.

Una sostanza per togliere dal sangue la fonte di sostentamento delle cellule cancerose

A questi si aggiunge una sostanza, la pegaspargasi, che si e mostrata una componente fondamentale nel mix di farmaci usati per combattere la LLA.

Si tratta di una particolare forma di asparaginasi, un enzima che “pulisce” il sangue delle sostanze di cui si nutrono le cellule cancerogene, inducendone così la morte.

Nell’ultimo decennio sono stati pubblicati studi che dimostrato la migliore efficacia della pegaspargasi, rispetto alla semplice asparaginasi, con remissione della malattia che ha raggiunto il 55% dei casi.

Non si tratta di un farmaco nuovo: già dal 1994 la FDA (l’ente regolatorio americano) ne aveva approvato l’uso per i pazienti intolleranti all’asparaginasi, ma solo nel 2016 ha ricevuto il via libera dell’EMA e da gennaio 2018 sarà disponibile anche in Italia.

La pegaspargasi, infatti, permette di ridurre la frequenza di somministrazione, senza diminuire l'efficacia terapeutica. Ma prima di entrare nel dettaglio sugli effetti di questa sostanza, bisogna spiegare come si manifesta la malattia.

Che cos’è la LLA

È un tumore del sangue colpisce particolari globuli bianchi, i linfociti, che nascono nel midollo osseo e che servono al sistema immunitario per difenderci dalle infezioni.

Nella LLA i linfociti vanno incontro a una trasformazione tumorale: i processi di maturazione che portano ai linfociti "adulti" si bloccano e queste cellule immature cominciano a riprodursi più velocemente, invadendo il sangue e raggiungendo anche i linfonodi, la milza, il fegato e il sistema nervoso centrale.

Si forma così un rapido accumulo (da qui il termine “acuta”) di linfociti immaturi (chiamati blasti) anche nel midollo osseo e in altri organi. Ciò porta ad una diminuzione dei globuli rossi, dell’emoglobina, delle piastrine e delle altre cellule normali presenti nel sangue, da cui conseguono stanchezza, infezioni ed emorragie, talvolta ingrossamento di milza, fegato e linfonodi.

Come funziona la PEG-aspargasi

Le cellule leucemiche, a differenza di quelle sane, non sono in grado di sintetizzare l’asparagina, aminoacido che permette loro di crescere e moltiplicarsi.

Quindi vanno a prendere l’asparagina che viaggia liberamente nel sangue per “nutrirsi”. E qui entra in gioco l’asparaginasi: una volta iniettata in circolo, scompone l’asparagina in acido aspartico ed ammoniaca, svuotando il sangue da questa sostanza.

In sintesi: senza più asparagina le cellule tumorali non possono sopravvivere (invece quelle non malate sì), quindi muoiono, e il tumore scompare.

Però, per immettere l’asparaginasi nell’organismo, si utilizza come vettore un batterio, l’Escherichia Coli, molto usato in biologia e in altre pratiche cliniche.

Succede perciò che il sistema immunitario, riconoscendo il batterio come potenziale minaccia, si attiva per eliminarlo, diminuendo così la quantità di asparaginasi e il suo effetto.

Allora si è pensato di “avvolgere” questa sostanza con una speciale protezione (da qui il prefisso PEG- aspargasi) che ha un doppio effetto: da una parte consente all’asparaginasi di entrare in circolo senza essere attaccata dal sistema immunitario (come invece avviene se veicolata con l’escherichia coli), dall’altra, rimane nel sangue più a lungo.

Rispetto alle asparaginasi native, infatti, ha una durata sei volte maggiore: per questo, altro vantaggio, richiede una somministrazione solo ogni 14 giorni, rispetto alle tre volte a settimana delle asparaginasi normali.

La LLA nell’adulto e nel bambino: stessa malattia, diversi esiti

Non solo la sopravvivenza dopo l’età pediatrica cala drasticamente, ma anche il trattamento con asparaginasi presenta un rovescio della medaglia, in particolar modo negli adulti: gli effetti collaterali.

Molto più frequentemente che nei bambini, può infatti provocare pancreatiti, problemi al fegato, aumento dei trigliceridi e formazione di trombi nel sangue.

Da questo punto di vista, la PEG-aspargasi consente quindi la somminstrazione della sostanza anche a persone che sono particolarmante ipersensibili alla asparaginasi, riducento le manifestazioni allergiche.

Ma come mai c’è questa differenza negli effetti della terapia tra giovani e adulti? Risponde a Panorama.it Sabrina Chiaretti, primo ricercatore presso l’Università La Sapienza di Roma: “il corpo del bambino, proprio perché giovane, non è ancora logoro e non presenta comorbidità, cioè la concomitante presenza di disturbi che si sviluppano nell’età adulta quali cardiopatie, iperglicemia, diabete e tanti altri acciacchi che favoriscono l’insorgere degli effetti collaterali”.

“Stiamo lavorando per controbilanciare queste manifestazioni avverse che si verificano anche con la somministrazione della pegaspargasi” aggiunge la dottoressa: “con la modulazione delle dosi e affiancando altre cure, siamo riusciti ad arrivare a quasi un 20% in più di guarigione”.

Certo, si è ancora lontani dal 90% ottenuto nei piccoli pazienti, ma la strada è promettente.

Il problema degli adolescenti

C’è poi una terza forma di questa leucemia, che ha caratteristiche sia di quella pediatrica sia di quella dell’adulto, e che riguarda gli adolescenti: “nei pazienti attorno ai 13-16 anni, durante la terapia, osserviamo la comparsa di molti effetti collaterali tipici dell’età avanzata” dice Annamaria Testi.

“Però, questi disturbi, come ad esempio le pancreatiti, non sono dovute alla familiarità o a predisposizione genetica, è proprio l’attuale stile di vita di questa fascia d’età che diventa un fattore di rischio: l’assunzione purtroppo ormai radicata nei giovanissimi di alcol, junk food, marijuana e tabacco di sigaretta compromettono gli effetti delle cure, se si sviluppa la malattia”.

Un percorso difficile ma con ottimi risultati

Invece, nei preadolescenti, fortunatamente ancora non in contatto con il mondo delle sostanze dannose, le cose vanno diversamente.

“La terapia dura due anni, ma sono solo i primi 7 mesi quelli che costringono il bambino ad alternare day ospital per la chemio e le altre cure: dopo questo periodo può tornare a scuola e fare una vita quasi completamente normale” afferma Testi.

Inoltre, con l’affiancamento della pegaspargasi alle classiche terapie “è migliorata anche la qualità della vita, perché le dosi da somministrare per via endovenosa hanno ridotto la frequenza di tutte quelle punture intramuscolari che prima i bambini dovevano fare”.

Può forse “sembrare irrispettoso verso chi soffre di altre malattie oncologiche, che hanno un tasso di sopravvivenza di molto inferiore, ma sebbene abbiamo raggiunto il 90% nella LLA infantile, non siamo ancora soddisfatti del risultato” aggiunge la dottoressa.

“Per la famiglia è ancora più doloroso vivere in un contesto dove il tasso di guarigione è altissimo, ma però può capitare che il loro figlio sia quel bambino su dieci che è destinato a non superare la malattia. Ecco il motivo per cui il nostro impegno continua, con l’obiettivo di arrivare a una completa guarigione per tutti i piccoli pazienti”.

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