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Salute

La sedentarietà fa cinque milioni di morti all’anno

Nasce il personal activity intelligence, strumento per personalizzare l’attività fisica e ridurre il rischio di morte per malattie cardiovascolari

Posate il telecomando o il telefonino e alzate le chiappe dal divano. Ne va della vostra vita: l’inattività è infatti diventata il big killer dei nostri tempi.

Nonostante le raccomandazioni dei medici, le campagne informative e i consigli dispensati a profusione dai media, le patologie legate a uno stile di vita sedentario continuano a mietere vittime: nel mondo occidentale provocano ogni anno cinque milioni di decessi, diventando la quarta causa di morte e disabilità, con un costo sanitario, nella sola Europa, di ottanta miliardi di euro.

E benché nel nostro Paese si contano milioni di appassionati sportivi, solo un terzo degli italiani tra i 18 e 69 anni può essere considerato realmente attivo, cioè pratica almeno 150 minuti di attività fisica moderata alla settimana o 75 minuti di esercizio fisico intenso, come raccomandano le linee guida mondiali per allontanare il rischio di infarto e ictus.

Resta un 36% percento di connazionali che fa qualche attività nel tempo libero senza però raggiungere i livelli raccomandati e il 31% è completamente sedentario.

Per i ragazzi le cose non vanno meglio: secondo un’indagine del 2016 di Save the Children il 23% degli under 18 non svolge regolare attività motoria e l’11% non la fa nemmeno a scuola. La stragrande maggioranza dei minori cammina non più di mezzora al giorno. Uno scenario drammatico, che apre le porte a obesità e diabete.

Anche l’attività fisica deve essere personalizzata

“L’insufficiente attività fisica è correlata al fatto che le persone non hanno abbastanza informazioni sull’intensità e la durata degli esercizi che dovrebbero fare secondo la propria fisiologia, età e genere” sostiene Javaid Nauman, medico e ricercatore al Cardiac Exercise Research Group della Norwegian University of Science and Technology di Trondheim, in Norvegia.

Che ha sviluppato assieme ai colleghi uno strumento per ovviare a questo problema: si tratta di un algoritmo, chiamato Persona Activity Intelligence (PAI) che “traduce” le caratteristiche peculiari di ogni persona (sesso, età, battito cardiaco) e la frequenza cardiaca legata a qualsiasi attività, come camminare, nuotare, ballare o correre, in un semplice punteggio da zero a cento, dove zero corrisponde alla totale inattività.

Un semplice indicatore a punti

“L’obiettivo da raggiungere per scongiurare il rischio di morte prematura dovuta a patologie cardiovascolari è di superare i cento punti durante una finestra temporale di sette giorni” spiega Nauman.

“La misura della frequenza cardiaca è l’indicatore più accurato della risposta del corpo all’attività fisica” continua il medico “e abbiamo applicato questa misura su quasi cinquemila soggetti reclutati nello studio Hunt Fitness per sviluppare l’algoritmo PAI”.

Che è stato validato poi su dati più ampi, applicandolo a un campione di quarantamila norvegesi seguiti per quasi ventinove anni.

Risultato: uomini e donne con un PAI maggiore di cento punti hanno mostrato una riduzione del rischio di morte per cause cardiovascolari del 13% e 17% rispettivamente rispetto alle persone inattive, indipendentemente da altri fattori di rischio come fumo, obesità, ipertensione e dall’età.

L’algoritmo si può dunque incorporare in un’app per dispositivi indossabili come orologi o braccialetti in modo da avvisare quando necessitiamo di aumentare il carico e se siamo in linea con i parametri calcolati per il nostro fisico.

 

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