Ipertensione, patologie cardiovascolari, ricerca e fuga di cervelli: parlano i due superesperti

Dalla situazione della ricerca nel nostro Paese alle nuove frontiere nella lotta all’ipertensione: ecco il parere dei due medici italiani appena nominati tra i 400 ricercatori più influenti al mondo.

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Il professor Alberto Zanchetti e a destra il collega Giuseppe Mancia

Angelo Piemontese

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Alberto Zanchetti e Giuseppe Mancia hanno molto in comune. Entrambi medici, entrambi specializzati in medicina cardiovascolare, entrambi hanno dedicato una vita allo studio dell’ipertensione, entrambi lavorano nella stessa struttura: Mancia è il Direttore del Centro di Epidemiologia Sanitaria e trial clinici dell’Irccs Istituto Auxologico Italiano , mentre Zanchetti ne è il Direttore scientifico. Soprattutto entrambi sono tra gli otto italiani considerati tra i ricercatori più influenti al mondo.

Ma come si misura l’influenza di uno scienziato? “Il metodo usato dal professor Ioannidis della Stanford University, che combina vari criteri per una valutazione più comprensiva, valuta quanto i risultati del proprio lavoro servono a stimolare gli studi di altri colleghi” spiega a Panorama.it Alberto Zanchetti, che dichiara ovviamente di essere lieto e orgoglioso di essere tra i magnifici otto.

Lei è direttore scientifico dell’istituto Auxologico italiano. Non si sente spesso parlare di auxologia: ci spiega di che cosa si occupa questa branca medica?

Quando fu fondato, nel 1958 da Monsignor Giuseppe Bicchierai, la missione dell’Istituto, allora pionieristica, era la cura dei nanismi: auxologia è infatti la scienza che studia la crescita. Con il passare degli anni, gli interessi scientifici dell’Istituto si sono allagati e oggi sono focalizzati anche e soprattutto sulle patologie cardiovascolari, neurologiche e dell’invecchiamento, nei loro aspetti preventivi, curativi e riabilitativi.

Qual è lo stato della ricerca in Italia: l’importante riconoscimento a lei attestato testimonia che ci sono delle eccellenze e che la “fuga di cervelli” non sempre paga...

“È troppo facile sottolineare le difficoltà: non riguardano solo i modesti finanziamenti, ma sono anche di natura organizzativa. Paradossalmente, sono aumentate anziché diminuite con le recenti riforme. La circolazione dei ricercatori tra varie università e istituzioni, facile e fertile fino a 20-30 anni fa, oggi è resa quasi impossibile dalle rigidità dei bilanci delle singole università, che favoriscono solo le carriere interne. Invece, i ricercatori della mia generazione, come testimonia la mia storia , hanno arricchito e si sono arricchiti culturalmente e scientificamente nei contatti con istituzioni e ambienti diversi.”

Ma poi aggiunge: “Se è giusto e importante lamentarsi, dopo bisogna rimboccarsi le maniche e lavorare: le difficoltà non devono essere mai delle giustificazioni per la cattiva ricerca. Ci sono molti giovani brillanti che presto ci spodesteranno. I numerosi italiani nella classifica dimostrano anche che la “fuga dei cervelli” è una scelta, non una necessità. Da giovane anch’io ho fatto il mio training negli Stati Uniti e sarei potuto restare. Ancora oggi, pur non più giovane, ricevo offerte da istituzioni straniere. Però ho sempre pensato che fuggire all’estero è pur sempre fuggire, è un atto di pigrizia, cercare cioè la soluzione facile; rimanere, invece, è una sfida, soprattutto verso noi stessi e anche un dovere verso i nostri collaboratori.”

Quali sono le opportunità per i giovani ricercatori che vogliono fare attività nel nostro Paese?

Non sono infinite, ma non mancano. Potrebbero essere facilitate da una maggiore sburocratizzazione. Il Ministero della Salute finanza ogni anno progetti di giovani ricercatori, da svolgersi presso gli Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico (IRCCS), in quanto riconosciuti  centri di eccellenza. La maggioranza dei ricercatori italiani nella graduatoria mondiale lavora infatti negli IRCCS.

Un po’ più pessimista il professor Mancia, che tra l’atro a luglio riceverà anche l’Honorary Degree of Doctor of Science dall’Università di Glasgow per gli importanti contributi nel campo della medicina cardiovascolare.

Pensa che in Italia ci siano le condizioni per portare sempre più ricercatori a questi livelli riconosciuti in campo internazionale?

Purtroppo no. Ci sono moltissimi giovani con notevoli attitudini e potenzialità per la ricerca scientifica, ma il Paese non offre prospettive in questo vitale settore. Mancano investimenti di carattere generale e più mirati. E’ proibitivo l’accesso a posizioni che offrano un minimo di prospettive a chi vuole intraprendere questa strada.

Quindi che cosa si dovrebbe fare a livello strutturale e accademico?

Bisognerebbe aumentare il livello delle retribuzioni, oggi basso in modo avvilente. E anche offrire più certi avanzamenti di carriera a chi fa ottima ricerca, eliminando incongruenze di valutazione oggi a volte clamorose.

Professor Zanchetti: un consiglio per i giovani?

Un consiglio difficile. Cercare di non disgiungere la ricerca dall’attività clinica: la ricerca dà rigore alla clinica, ma anche la clinica dà alla ricerca obiettivi concreti che si traducono in benefici per la salute.

 

 

 

Ipertensione e patologie derivanti: una piaga in aumento.

 

 

“L’ipertensione è il più importante fattore di rischio per l’ictus e per la patologia coronarica e lo scompenso cardiaco” ammonisce Mancia. “Contende al diabete la prima causa di insufficienza renale e dialisi. E’ un fattore di rischio per il declino delle funzioni cognitive e l’insorgere di demenza. Tutto ciò è destinato a peggiorare: l’ipertensione, come il diabete, è in forte crescita. Si prevede un incremento del 60% nei prossimi 20-30 anni.” Bisognerebbe, prosegue Mancia, estendere a più pazienti possibili corrette terapie antipertensive e antidiabetiche per cercare di togliere alle malattie cardiovascolari il primo posto come causa di morte.

Quali sono le frontiere della medicina cardiovascolare e i prossimi obiettivi sul fronte della ricerca?

“Conoscere meglio i livelli di pressione cui bisogna scendere con la terapia, per ottimizzare la protezione. E nuove procedure diagnostiche, ad esempio la pressione a domicilio, la variabilità dei valori pressori nel breve e nel lungo periodo, la caduta pressoria notturna, e così via. Anche l’analisi dell’enorme mole di dati sull’uso di farmaci cardiovascolari e metabolici, disponibile dai grandi data-base computerizzati del Servizio Sanitario Nazionale, è un settore nuovo che potrà offrire informazioni di cruciale importanza per capire cosa succede in campo terapeutico”.

Pensa che sarebbe necessario un piano nazionale per riconoscere l’ipertensione e le malattie cardiovascolari come una priorità in termini di salute pubblica e sviluppare una maggiore e più accurata strategia di prevenzione?

In Italia ci sono ancora troppe persone che non sanno di essere ipertesi o lo sanno ma non iniziano una terapia adeguata. Elevatissimo è inoltre il numero di pazienti che abbandona la terapia prescritta o la assume in modo così irregolare da eliminarne l’efficacia, aumentando le ospedalizzazioni per ictus e infarto miocardico.

Lei cosa proporrebbe?

Migliorare l’attenzione e l’impegno dei medici nell’identificazione di questa condizione e nel controllo regolare degli esami. Altri Paesi sono già su questa strada. Fondamentale anche la prevenzione sul miglioramento dello stile di vita: in questo caso i medici possono fare poco, senza una spinta della politica sanitaria

Professor Zanchetti, quali sono i progressi nell’ambito della cura delle malattie vascolari?

La cura delle malattie cardiovascolari ha subito una rivoluzione durante l’ultimo mezzo secolo. Ho vissuto l’avventura della terapia dell’ipertensione arteriosa. Infatti quando cominciai la mia attività non c’erano farmaci capaci di abbassare la pressione e non si sapeva neanche se ciò facesse bene o male. La mia generazione è stata protagonista dello sviluppo di numerosi farmaci, efficaci e ben tollerati che hanno ridotto le conseguenze devastanti della pressione alta: l’ictus, l’infarto del miocardio, scompenso cardiaco.

Ci sono nuove terapie in vista?

“Con l’allungarsi dell’età media bisogna porre più attenzione all’ipertensione nell’anziano e non considerarla come conseguenza inevitabile dell’invecchiamento. Un’altra sfida è l’ipertensione resistente alla terapia: soggetti che non si sono curati precocemente e nei quali la terapia inizia quando ci sono già danni d’organo che rendono più difficili i nostri sforzi. Ma si stanno studiando nuovi interventi e nuovi farmaci anche per questi pazienti.”

Professor Mancia, in cosa si differenzia il suo lavoro di ricerca e di sudi da quello del prof. Zanchetti?

Il prof. Zanchetti è stato i mio maestro da quando giovane studente iniziai l’internato di Medicina Interna presso la Patologia Medica dell’Università di Siena. Abbiamo lavorato insieme a tanti progetti nell’ambito della ricerca clinica e di base, ed insieme partecipato alle Task Force che hanno dato vita alle linee-guida internazionali sulla diagnostica e terapia dell’ipertensione. Come clinico medico dell’Università Milano-Bicocca e dell’Ospedale San Gerardo di Monza io ho sviluppato e seguito per anni un grande studio osservazionale, PAMELA, che ha fornito dati interessanti e per molti versi unici, su molti aspetti dell’ipertensione, diabete, obesità ed altri fattori di rischio cardiovascolare; ho  partecipato e coordinato vari trial terapeutici internazionali e contribuito  all’analisi del data-base della Regione Lombardia su utilizzo, benefici e carenze di diverse terapie cardiovascolari nella vita reale.

 

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