Salute

Il senso di fame protegge dall'Alzheimer

Uno studio sui topi dimostra che la sensazione indotta dall'ormone della fame ha effetti paragonabili a quelli della restrizione calorica: migliora la memoria e limita gli accumuli di placche proteiche nel cervello

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E' già stato scritto che la restrizione calorica ha un ruolo protettivo verso la demenza senile: studi svolti su molte specie animali hanno in passato dimostrato che diminuire l'apporto calorico della dieta, senza arrivare alla malnutrizione, protegge dalle malattie neurodegenerative e allunga la vita. Ora un team di scienziati dell'Università dell'Alabama a Birmingham ha dimostrato che, nei topi, la sensazione di fame avrebbe di per sé un ruolo difensivo, perché attiverebbe dei percorsi ormonali che agiscono a livello del cervello.

I segnali ormonali sono l'anello di congiunzione tra la pancia vuota e la sensazione di fame nel cervello. Manipolandoli si può ottenere l'effetto di contrastare il declino cognitivo legato all'età nello stesso modo in cui agisce la restrizione calorica. Essere affamati, spiegano gli autori dello studio pubblicato sulla rivista PLOS ONE, provoca un lieve stress che a sua volta dà il via a percorsi metabolici che contrastano i depositi di placche responsabili della distruzione dei neuroni nel cervello dei malati di Alzheimer.

Questo effetto è stato ottenuto, in topi geneticamente modificati per sviluppare la malattia, con la somministrazione di una forma sintetica della Grelina, un ormone che stimola l'appetito. Le cavie sono state divise in tre gruppi: al primo è stata somministrata la Grelina in pillole, il secondo è stato sottoposto a restrizione calorica (-20% di calorie nella dieta), mentre il terzo era il gruppo di controllo che è stato nutrito normalmente.  

Lo studio ha misurato la capacità di ciascun gruppo di ricordare e il loro livello di patologia (presenza di placche nel cervello). Per testare la memoria i topi sono stati messi in un labirinto acquatico nel quale dovevano trovare l'unica piattaforma nascosta sulla quale potevano salire per riposarsi. I topi trattati con la Grenlina sono risultati il 26% più veloci nel trovare la piattaforma rispetto a quelli del gruppo di controllo, mentre quelli in restrizione calorica sono stati il 23% più rapidi, sempre rispetto ai topi non trattati.

Per quanto poi riguarda la presenza di depositi di Beta Amiloide nel cervello, causa della distruzione delle cellule cerebrali che accompagna l'Alzheimer, lo studio dimostra che i topi trattati con Grelina ne presentavano un accumulo significativamente minore nel giro dentato, la parte del cervello che controlla la formazione dei ricordi, rispetto al gruppo di controllo. I depositi risultavano del 48% inferiori grazie all'impiego dell'ormone della fame, e del 67% inferiori in coloro che erano sottoposti a restrizione calorica.

Una cura che fosse in grado di incidere sui percorsi biochimici a valle dei segnali di fame potrebbe aiutare a ritardare il declino cognitivo senza bisogno di costringere le persone a una vita di privazioni alimentari. Una restrizione calorica tout court potrebbe infatti risultare intollerabile per molte persone sul lungo periodo, fanno notare gli autori della ricerca. E' importante però che questa azione protettiva possa cominciare a fare il proprio effetto prima possibile sulle persone a rischio: quando i sintomi neurologici sono già apparsi potrebbe essere troppo tardi per intervenire.

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