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Ecco la proteina che predice l'aggressività della Sla

Parla uno degli autori dello studio italiano che appare su Jama Neurology. Forse all'orizzonte ci sono nuove terapie proprio per chi ne ha più bisogno

Dosando la presenza della proteina C-reattiva nel sangue di un paziente affetto da sclerosi laterale amiotrofica è possibile farsi un'idea di quanto la malattia è destinata ad essere aggressiva e quindi di quanto rapidamente il paziente si aggraverà. Lo hanno scoperto due team di ricercatori italiani, del Centro Clinico NeMO di Milano e del Centro CRESLA dell'Ospedale Molinette di Torino, in uno studio che costituisce un importante punto di partenza per un potenziale trattamento della malattia.

Il lato positivo
"La proteina c-reattiva è un normale marker utilizzato abitualmente per definire la presenza di uno stato infettivo infiammatorio", spiega a Panorama.it Christian Lunetta, neurologo del Centro Clinico NeMO di Milano e primo autore della ricerca. "Spesso si fa questo esame in pazienti con sospetti di problematica infettiva, per monitorare per esempio gli effetti dell'antibiotico. Il dosaggio è usato anche in ambito oncologico e cardiovascolare, perché si sa che ha il potere di predire la prognosi di alcuni tumori o l'esito post-infarto". Questa è la storia della proteina fino ad oggi.

"Le malattie neurodegenerative hanno una componente infiammatoria nel sistema nervoso che in una prima fase interviene quasi a scopo protettivo", spiega Lunetta. "Poi la risposta infiammatoria diventa lesiva. Da anni si stanno valutando in ambito neurodegenerativo le strategie terapeutiche per controllare questa risposta infiammatoria. Due anni fa l'azienda che produce il farmaco NP001, che ha tra le sue caratteristiche anche una funzione di modulatore dell’attività di cellule implicate nei processi infiammatori, ha invitato me e Adriano Chiò, dell'equipe torinese, a un meeting in cui si commentavano i dati di uno studio svolto da loro sui pazienti con Sla nel quale si evidenziava che in circa il 25% dei partecipanti la malattia non progrediva con il trattamento. Abbiamo deciso di capire che cosa avessero di speciale le persone che presentavano una migliore risposta al farmaco", continua il neurologo. "Abbiamo analizzato i dati grezzi messi a disposizione dalla casa farmaceutica e capito che quello che caratterizzava questi pazienti era il fatto che all'inizio del reclutamento erano quelli con i livelli basali di proteina C-reattiva più alti rispetto a coloro che non avevano risposto al farmaco".

Prognosi peggiore
Partendo da questo dato di speranza, i ricercatori sono andati a ritroso e hanno cercato di capire come si poneva questo parametro all'interno di una popolazione di pazienti con Sla seguiti nel Centro NeMO. Dopo aver escluso quelli che al momento del prelievo avevano malattie infiammatorie concomitanti o valori alterati per altre cause, sono rimasti con una popolazione di 394 pazienti che alla prima valutazione hanno fatto il prelievo. "Abbiamo cercato una correlazione tra livelli di proteina C-reattiva e altri parametri, per esempio con il grado di disabilità. Abbiamo scoperto che con l'aumentare dei livelli della proteina peggiorava l'aggressività della malattia. Seguendo i pazienti nel tempo abbiamo potuto confermare che livelli più alti della proteina C-reattiva corrispondevano a una progressione più rapida della malattia e anche a una minore sopravvivenza".

Lunetta e colleghi sono riusciti a stabilire una soglia pari a 0,20 mg/dl della proteina: i pazienti con valori superiori hanno una sopravvivenza significativamente più bassa rispetto a quelli sotto la soglia. Il farmaco NP001 è attualmente in fase di sperimentazione negli Stati Uniti e al reclutamento sono stati scelti solo pazienti con valori superiori a quella soglia, per capire se su di loro è efficace. I risultati sono attesi per i prossimi mesi.

Malattia terribile e ancora misteriosa
In Italia la Sla colpisce circa 6.000 persone. "Non tutti i pazienti sono uguali", è la conclusione di Lunetta. "La malattia che definiamo Sla in realtà è probabilmente una sindrome che riunisce disturbi diversi, come diversi possono essere i meccanismi scatenanti. Ancora non sappiamo quale sia la causa e quindi non abbiamo ancora la cura. La ricerca ha individuato diverse situazioni che però sono probabilmente conseguenze di una causa primaria che ancora non conosciamo".

L'urgenza per i malati nasce da questo e dal fatto che "la sopravvivenza alla diagnosi è aumentata da 2-3 a 6-8 anni ma solo per la presenza di supporti vitali meccanici. La qualità della vita si perde molto rapidamente". Ora c'è uno strumento in più, per prevedere quali pazienti hanno più probabilità di aggravarsi rapidamente, ma anche forse per dare proprio a loro una nuova speranza.

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