Salute

Ebola, parla il medico guarito: "Torno in Sierra Leone"

Intervista a Fabrizio Pulvirenti, il volontario di Emergency che ha sconfitto il virus. E che racconta emozioni e paure di un ex malato

Ebola: medico Emergency, non ho avuto tempo per pregare

Anna Germoni

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È arrivato in Italia il 24 novembre 2014, dalla Sierra Leone in condizioni disperate. La diagnosi terribile: contagiato da Ebola: è il ?paziente zero? italiano. Ha vissuto per oltre un mese isolato da tutti. Rinchiuso in un bunker che disorienta. Seguito e monitorato in ogni istante da 30 persone, dell'equipe dell'Ospedale Spallanzani di Roma specializzato nelle malattie infettive, che ha attivato tutte le misure di prevenzione e controllo di allarme: tute bianche a tenuta stagna e scafandri. Così ha vissuto per 33 giorno Fabrizio Pulvirenti, 50enne dirigente medico catanese, originario di Enna e volontario di Emergency, che era partito per la Sierra Leone per curare e salvare vite di bimbi, donne e anziani, colpiti dal mostro Ebola. Pulvirenti ha sconfitto il virus: Panorama lo ha intervistato.   

 

Dottor Pulvirenti, quando ha conseguito le specializzazioni in Malattie infettive e gastroenterologia, lei pensava già alla partenza per l'Africa?

La mia passione per l'Africa e per la patologia tropicale è sorta già ai tempi dell'università, quando mi sono accostato alla microbiologia e poi alle malattie infettive. Poi, durante il corso di specializzazione, la passione si è consolidata fino a diventare un sogno che ho potuto realizzare. Penso che un infettivologo debba, almeno una volta nel corso della sua vita professionale, confrontarsi con la patologia tropicale nei luoghi dove essa è presente. Mi vengono in mente le parole di Sir William Osler: ?Chi pratica la medicina senza avere studiato è come chi naviga senza carte nautiche; chi pratica la medicina solo sui libri è come chi non naviga affatto?. Ecco, ho voluto navigare. 

Che cosa ha spinto questa sua vocazione al curare e salvare le persone più povere ed emarginate?

Ho sempre sentito molto forte il senso di solidarietà e ho sempre cercato di impegnarmi nel sociale. L'esperienza prima in Kurdistan e poi in Sierra Leone sono state eccezionalmente formative, soprattutto sotto il profilo umano. Ho sempre ritenuto che la professione medica non debba limitarsi alla cura della malattia ma debba estendersi al ?prendersi cura? del malatao. Nella mia attività ospedaliera mi occupo prevalentemente di epatologia e trattare per esempio l'epatite C in un detenuto è molto diverso rispetto alla terapia che si disegna per altri pazienti. Il medico deve necessariamente ?calarsi? nel contesto in cui si trova il paziente. 

Quando dall'Africa tornava a casa, come ha superato il divario della nostra società con quello di sofferenza e miseria del Sud del mondo?

Ci sono differenze innegabili, un divario quasi incolmabile tra il cosiddetto Nord e Sud del mondo. I Paesi occidentali possono godere di quelle conquiste sociali (non ultima la sanità pubblica) che hanno radici in un passato di costante progresso all'insegna della solidarietà e del rispetto per l'essere umano. Le sofferenze dei popoli del Sud del mondo (non solo dell'Africa) probabilmente sono ascrivibili all'interruzione o alla deviazione di questo processo di sviluppo sociale che noi occidentali abbiamo conseguito e che, a causa di alcune politiche economiche e/o finanziare, rischiamo di perdere. Per le popolazioni dell'Africa ma anche di certe aree del Sud America, poi, c'è stata la piaga della conquista coloniale e l'esportazione (a loro spese) di uno stile di vita, di un sistema sociale che non appartiene alle loro culture. Confrontarsi con il divario sociale è un'esperienza che consente di inquadrare in un'ottica più strutturata la visione della vita e del mondo: spesso ci affanniamo per trovare soluzioni a problemi quotidiani che ci sembrano importanti ma che, se confrontati con le realtà drammatiche di quelle popolazioni, appaiono quasi prive di importanza. Ritengo che il grande merito di Emergency sia stato ed è voler portare gli standard ?occidentali? di cura e di gestione della malattia in quei paesi nei quali, per cultura o per difficoltà politiche o finanziare, non ci sono.

Durante il viaggio di ritorno in Italia dalla Sierra Leone, il 24 novembre scorso, quando si è trovato nel sistema di contenimento a bordo del boeing 767 dell'Aeronautica militare quali sono stati suoi pensieri, le sue emozioni?

Quando sono stato introdotto nella barella di contenimento biologico ho ricevuto la solidarietà e la comprensione del personale dell'Aeronautica militare che mi ha aiutato. Le emozioni e i pensieri in quelle ore di viaggio sono state pressoché totalmente orientate all'analisi della mia infezione da Ebola: ho cercato di analizzare tutti gli scenari possibili, dalla guarigione (che per fortuna e grazie all'impegno dei colleghi e del personale dello Spallanzani ho ottenuto) alla morte, alla disabilità. Ed è stato proprio in funzione di tali variabili che ho optato per il rimpatrio in Italia giacché, qualora le mie condizioni avessero virato al peggio, i miei familiari avrebbero avuto non indifferenti difficoltà.

La condizione di isolamento disorienta e altera lo stato psicofisico. Come è riuscito superare questa fase da paziente-medico?

Da infettivologo ho compreso e condiviso il mio isolamento in quanto le ragioni di salute pubblica devono avere la precedenza. I primi giorni di isolamento le mie condizioni sono state impegnative (e poi gravi) per cui non ho avuto né il tempo né la forza di pensare che ero in isolamento. Il malessere generale, l'insieme di sintomi della mia malattia, la nausea, il vomito, la febbre altissima, la diarrea e l'analisi di tutto il mio quadro clinico che, fino a un certo puto ho cercato di perseguire, hanno impegnato tutti i miei pensieri. Poi è intervenuta l'insufficienza respiratoria che ha imposto l'intubazione, la sedazione e la respirazione assistita in terapia intensiva. Dopodiché, quando sono rientrato nella mia stanza di isolamento, ho potuto essere in contatto con il mondo esterno grazie ai cellulari e a internet e così, ma non senza difficoltà, sono riuscito a tollerare l'isolamento. Un aiuto importante, sotto l'aspetto psicologico, mi è stato dato dagli infermieri e dai colleghi che, con non poca pazienza, mi hanno consentito, attraverso il loro racconto, di ricostruire parte del mio percorso clinico che ?" forse per un meccanismo di autodifesa ?" avevo rimosso. La sera di Natale e di Capodanno, poi, mi sono stati particolarmente vicini coinvolgendomi, senza violare la mia condizione di ?isolato?, nei brindisi.

Le persone che hanno contratto Ebola, trattate con protocolli sperimentali internazionali, sono diventate immuni. Pensa che si riuscirà a contenere il virus dove il contagio è ancora molto alto?

Credo che questa sia la domanda che si pone la comunità scientifica mondiale e, a conti fatti, la reale sfida che questa epidemia (diversa da tutte le precedenti) pone. Dubito che in Africa si possa fronteggiare l'epidemia coi farmaci ?sperimentali? non foss'altro per gli elevati costi. Abbiamo compreso come il tempo sia un fattore determinante nel processo di guarigione; il tempo consente infatti al sistema immunitario di elaborare la risposta adeguata a contrastare l'infezione. Ecco perché la reidratazione, la ?copertura? antibiotica per contrastare le eventuali sovrinfezioni batteriche e, laddove richiesto, la respirazione assistita o la dialisi, consentono di abbassare il tasso di mortalità a livelli mai raggiunti in precedenza. Si consideri che, mentre in Africa la mortalità per Ebola ha raggiunto e a volte superato il 70%, negli ospedali occidentali non ha superato il 20-22%. La sfida è proprio questa, equilibrare questa forbice che divide l'Africa dal resto del mondo.

Quali sono stati gli impegni della comunità internazionale e dell'Italia nei paesi colpiti da Ebola?

In questo scenario io sono stato un semplice operatore e non conosco a fondo i meccanismi e la politica internazionale. Quello che ho potuto percepire è che, in larga misura, l'intervento in Guinea, Liberia e Sierra Leone è affidato al volontariato con limitati interventi governativi internazionali (per esempio l'INMI Spallanzani di Roma che ha realizzato un avanzato laboratorio di biologia molecolare nel nuovo ospedale di Emergency). Ciò che colpisce, però, è l'interesse della comunità internazionale quando un occidentale come me contrae l'infezione mentre passano in sordina le centinaia di morti nei paesi colpiti dall'epidemia. In altre parole Ebola diventa interessante quando l'occidente ?evoluto? percepisce il rischio ma resta un problema africano in tutti gli altri casi.

Lei ora è immune. Il plasma, (che è un derivato dal sangue ndr) di chi è sopravvissuto è considerato dall'Organizzazione mondiale della sanità il metodo ?più promettente?, perché ricco di anticorpi. Il suo sangue, ora è un antidoto contro Ebola. Verrà impiegato solo in Italia?

Il plasma ottenuto dai pazienti convalescenti è il metodo di trattamento più vecchio per trattare le grandi febbri emorragiche africane (da virus Ebola, Marburg, Lassa) perché con l'infusione si danno al paziente anticorpi già formati. Naturalmente il limite di tale trattamento è la compatibilità del sistema AB0 e il rischio di reazione trasfusionale (quale quella che ho manifestato).

Pensa che farà donazioni di plasma?

Il mio dovere è di fare quante più donazioni possibili del mio sangue perché possa servire a curare altri pazienti. Nel mio caso ho potuto godere di una catena di solidarietà internazionale che ha fatto arrivare il plasma da tutta Europa; ritengo (ma è una mia personale impressione) possa avvenire lo stesso per altri pazienti che necessiteranno di plasma da convalescente.

Oltre 20 mila casi conclamati in Sierra Leone. Le popolazioni sono in quarantena. Cosa possiamo per aiutare queste popolazioni povere, che resistono al terrore e vanno avanti ogni giorno, aggrappandosi alla speranza di non esser dimenticati dal resto del mondo?

Appunto non dimenticarli! Ecco, io penso che sia necessario intervenire nei luoghi dove la malattia è epidemica per cercare di contenerla e di curarla. Per quanto riguarda il nostro Paese, nella Legge di Stabilità, è stata introdotta la possibilità per i volontari di ottenere l'aspettativa per ragioni umanitarie in tempi rapidissimi. Sfruttiamola e facciamo sentire la nostra solidarietà a chi muore nei fatti e non con discorsi infarciti di retorica!

Quando tornerà in Sierra Leone?

Non appena le mie condizioni fisiche me lo consentiranno; spero nel più breve tempo possibile.

La rivista americana Time, l'ha citata come personaggio dell'anno del 2014, assieme agli ?Ebola fighters?, i medici in trincea che ?hanno rischiato, perseverato, si sono sacrificati e hanno salvato vite umane?. L'ex presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, rivolgendosi al Paese nel discorso di fine anno, l'ha menzionata tra gli italiani esemplari, ?campioni di cultura e di solidarietà??

Non mi sento un eroe. Dai riconoscimenti che mi sono giunti, mi sento una grande responsabilità. Si diventa appunto ?esempio? e il rischio di poter deludere è sempre in agguato. Prima la telefonata ricevuta e poi la menzione nel discorso di fine anno del Presidente Napolitano mi hanno profondamente commosso ma che questo riconoscimento debba essere esteso a tutti coloro che sono e saranno in prima linea in Sierra Leone e negli altri Paesi flagellati da Ebola e che giornalmente rischiano la propria incolumità.

 

 

 

 

 
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