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Salute

Diabete di tipo 1: nuova terapia genica potrebbe sconfiggere la malattia

Testata sui topi, li ha guariti per diversi mesi, e a breve inizierà la sperimentazione sull’uomo. Ecco le novità sulle ultime cure

Il cerchio delle terapie per eradicare la malattia si stringe sempre di più: dopo il recente lavoro ad opera di ricercatori italiani, che hanno ottenuto la remissione del diabete di tipo 1 nei topi, una nuova sperimentazione terapeutica ha mostrato di poter ripristinare normali livelli di glicemia per un lungo periodo su cavie animali affetti dalla stessa patologia. Un risultato eclatante, che può essere esteso anche all’uomo.

Tramite una specifica terapia genica, dettagliatamente spiegata sul numero del 4 gennaio 2018 della rivista Cell, ricercatori della University of Pittsburgh School of Medicine sono riusciti a far funzionare di nuovo e a sopravvivere le cellule beta del pancreas, quelle che producono l’insulina, e quindi a far tornare normale il livello di glucosio nel sangue nei ratti con diabete di tipo 1.

Quest’ultimo, a differenza del tipo 2, è una malattia autoimmune: in chi ne è colpito, le cellule beta del pancreas sono attaccate e distrutte per un’anomalia del sistema immunitario, che le interpreta erroneamente come corpi estranei da eliminare.

Così, i malati di diabete di tipo 1 si devono iniettare insulina a vita, per poter supplire alla mancata produzione di questo ormone, che serve a far metabolizzare alle cellule dell’organismo lo zucchero introdotto con l’alimentazione.

Come funziona la terapia genica

Proprio a causa del malfunzionamento del sistema immunitario, tutte le terapie finora sperimentate nel rimpiazzare le cellule beta danneggiate con altre sane sono fallite: non appena impiantate, infatti, sono colpite e ridotte all’inefficienza.

L’approccio seguito dai ricercatori d’oltreoceano è stato diverso: tramite un virus adeno-associato (innocuo perché questa tipologia non si riproduce) hanno trasportato due proteine, Pdx1 e MafA, che servono a far sviluppare, maturare e proliferare le cellule beta, all’interno del pancreas.

Lo scopo è stato utilizzare Pdx1 e MafA per riprogrammare altre cellule pancreatiche, le alfa, e trasformarle in cellule beta.

L’esperimento si è rivelato un successo: le nuove cellule beta hanno resistito ben quattro mesi prima di perdere la loro funzionalità, ripristinando nel contempo la secrezione di insulina e normalizzando la glicemia, arrestando quindi di fatto il diabete.

La sperimentazione sull’uomo

“Le nuove cellule ottenute con la terapia genica sono leggermente differenti a livello genetico dalle normali beta e questo consente loro di resistere più a lungo agli attacchi del sistema immunitario” spiegano i ricercatori, che ora stanno testando il trattamento sui primati, in attesa che la FDA, l’ente americano che vigila sui nuovi farmaci, dia loro il via libera per la sperimentazione sull’uomo.

Trials clinici su malati sia di diabete di tipo 1 dia di tipo 2 sono previsti nell’immediato futuro: il trattamento è sicuro perché il virus che veicola le proteine viene immesso nel pancreas tramite una procedura endoscopica non chirurgica, il che evita di dover prendere immunosoppressori o altre medicine, dato che non c’è rischio di infezioni”.

Le ultime novità nella cura alla malattia

Il trattamento d’eccellenza per il diabete di tipo 1 e per le forme gravi di quello di tipo 2 continua ad essere la somministrazione di insulina tramite iniezioni sottocute.

Le nuove formulazioni sintetiche di questo ormone stanno però migliorando notevolmente la qualità della vita dei pazienti. Per esempio, sono in commercio insuline che riducono fino al cinquanta per cento le ipoglicemie che si possono verificare durante la notte, arricchendo quindi questa medicina di un maggiore profilo di sicurezza.

Anche nei farmaci che non necessitano di essere iniettati, dedicati prevalentemente ai diabetici di tipo 2, sono stati raggiunti traguardi impensabili fino a dieci anni fa.

“Grazie alla combinazione di inibitori della DPP-4 e di SGLT-2 con l’imperitura metformina, si riescono oggi a creare terapie personalizzate a seconda delle necessità del paziente” ha detto a Panorama.it Giorgio Sesti, presidente della Società Italiana di Diabetologia.

Ma c’è di più: col progredire della ricerca si scoprono ulteriori effetti “collaterali” benefici di questi trattamenti. Vediamoli.

Inibitori di SGLT-2: uno scudo per le staminali ‘ripara-vasi’

Sono farmaci orali che riducono il glucosio nel sangue aumentandone l’espulsione attraverso l’urina. E sono un toccasana per i diabetici, perché, oltre a mantenere bassa la glicemia, si è scoperto da poco che hanno un effetto protettivo sulle cellule deputate ad aggiustare i vasi sanguigni.

“Nei malati di diabete i picchi di glicemia infatti danneggiano il rivestimento interno di vene e arterie: per riparare queste micro lesioni intervengono specifiche cellule staminali, dette angiogeniche, che circolano nel sangue” ci spiega Agostino Consoli, professore di endocrinologia e direttore di scienza dell’invecchiamento e medicina traslazionale all’Università di Chieti.

Ma se in quest’ultimo è presente molto acido stearico, che abbonda negli alimenti consumati nel mondo occidentale, allora la funzione di queste cellule riparatrici viene alterata e limitata.

Il temine scientifico di questa condizione è lipotossicità ed è un fattore che contribuisce alle malattie cardiovascolari nelle persone con diabete.

Gli Inibitori di SGLT-2 proteggono le cellule angiogeniche dalla lipotossicità, riducendone l’infiammazione dovuta all’acido stearico, con meccanismi indipendenti da quelli strettamente anti-diabete.

In soldoni, l’assunzione degli Inibitori di SGLT-2 procura due benefici (uno al cuore, l’atro alla glicemia) in una sola medicina.

Vitamina D: una possibile arma di prevenzione per il diabete di tipo 2

Uno studio italiano, presentato sul finire del 2017, ha evidenziato che assumere la vitamina D, attraverso il calcidolo, una molecola che si scioglie in acqua, migliora sia la funzionalità delle cellule beta del pancreas (quelle che producono l’insulina) sia l’insulino-resistenza.

La vitamina D è un ormone che viene in parte assunto attraverso la dieta e in parte sintetizzato dall'organismo grazie all'azione dei raggi ultravioletti del sole.

È stato osservato che bassi livelli di vitamina D sono associati ad alterata glicemia, ma lo studio dei ricercatori nostrani è ancora però troppo “fresco” per poter stabilire la dose ottimale di vitamina D per prevenire il diabete di tipo 2.

“Apre però la strada a una maggiore comprensione dei suoi effetti sul metabolismo del glucosio, sull’insulino-resistenza, dei fattori infiammatori e sul malfunzionamento delle cellule beta, e potrebbe consentire di sviluppare nuove cure per la prevenzione della malattia” conclude il professor Sesti.

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