Alzheimer
Salute

Alzheimer: verso diagnosi precoce e cure più mirate

Individuato un biomarcatore che consentirebbe di scoprire la malattia prima che compaiano le placche di beta-amiloide

Esistono segnali che possono permetterci di individuare precocemente la presenza della malattia di Alzheimer? Se lo sono domandati i ricercatori del Sanford Burnham Prebys Medical Discovery Institute a La Jolla, in California, guidati da Aman Mann. "Il nostro obiettivo era trovare un nuovo biomarcatore per l'Alzheimer", afferma Mann, che ha collaborato allo studio con Pablo Scodeller, entrambi ricercatori presso l'istituto. "Abbiamo identificato un peptide (DAG) che riconosce una proteina presente a livelli elevati nei vasi sanguigni del cervello dei topi e nei pazienti umani con Alzheimer. Il target di DAG, il fattore di crescita del tessuto connettivo (CTGF), appare nel cervello di chi ha la malattia, prima delle placche di beta-amiloide, il tipico tratto patologico dell'Alzheimer".

Segno premonitore

"Il fattore di crescita del tessuto connettivo è una proteina prodotta dal cervello in risposta all'infiammazione e alla riparazione del tessuti", spiega Mann. Secondo l'autore dello studio, che compare su Nature Communications, elevati livelli di CTGF in chi è affetto da Alzheimer sono coerenti con una crescente mole di evidenze che suggeriscono che l'infiammazione giochi un ruolo importante nello sviluppo della malattia. Nei topi giovani affetti da Alzheimer, la presenza del peptide DAG ha individuato lo stadio più precoce della malattia.

Se la comparsa precoce del fattore di crescita del tessuto connettivo si confermasse anche nell'uomo, allora DAG potrebbe essere usato come strumento di diagnosi anticipata, possibile cioè prima che si presentino i sintomi della malattia, quando le cure già disponibili potrebbero ancora essere efficaci per contrastarne l'avanzata. Il peptide, spiegano gli autori, si lega alle cellule endoteliali, quelle che formano il rivestimento interno dei vasi sanguigni, e da qui alle parti del cervello del topo colpite dalla malattia.

Approccio alternativo

"Questo è molto significativo perché le cellule endoteliali sono facilmente accessibili ad eventuali sonde inserite nel flusso sanguigno, mentre altri tipi di cellule del cervello sono schermate da una parete protettiva chiamata barriera emato-encefalica. Col proseguire della ricerca, prevediamo anche che CTGF possa diventare un potenziale obiettivo terapeutico che non è correlato alla beta-amiloide, la proteina tossica che crea placche di cervello" dei malati, dice Erkki Ruoslahti, autore anziano dello studio.

"Considerato il numero di studi clinici falliti che hanno cercato di trattare i pazienti con Alzheimer prendendo come target questa proteina, è chiaro che i trattamenti dovranno essere somministrati in anticipo, prima che appaiano le placche, o che devono mirare a percorsi completamente diversi".

Il peptide appena scoperto, DAG, conclude Ruoslahti "può coprire entrambi i ruoli: per identificare individui a rischio prima che compaiano segni evidenti della malattia e per somministrare in modo mirato i farmaci nelle aree colpite del cervello. Forse lo stesso fattore di crescita del tessuto connettivo può essere un target per i farmaci nell'Alzheimer e in altre patologie cerebrali legate all'infiammazione (come ad esempio il Parkinson, n.d.r.). Dobbiamo solo scoprire di più sul suo ruolo in queste malattie".

Per saperne di più

© Riproduzione Riservata

Leggi anche

Commenti