Alzheimer e diabete: individuato l’enzima che ci protegge da entrambi

La sua carenza favorisce l’insorgere delle patologie. Ma con una dieta salutare si può mantenere alto il livello nel sangue e nel cervello.

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Angelo Piemontese

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C’è una cosa che hanno in comune le persone che soffrono di diabete e chi è affetto da patologie neurodegenerative, come la demenza senile e l’Alzheimer: alti livelli nel sangue di Prodotti Glicati Finali, conosciuti formalmente come AGE in termini medici.

Gli AGE sono sostanze nocive che si formano sia nel processo di metabolismo delle cellule (e che ne compromettono la funzionalità) sia negli alimenti, specialmente durante la cottura e nelle pietanze fritte. Finora però non era del tutto chiaro il legame tra l’alta concentrazione di AGE nel sangue e l’insorgere dei disturbi cognitivi.

Una nuova ricerca condotta da Helen Vlassara e colleghi del Division of Experimental Diabetes and Aging, Department of Geriatrics and Palliative Medicine, Mount Sinai School of Medicine di New York e pubblicata su Proceedings of the National Academy of Sciences , suggerisce che gli AGE siano responsabili della formazione delle placche senili, cioè gli accumuli di proteina amiloide nel cervello e associati con l’Alzheimer. E hanno anche individuato il meccanismo responsabile. Il comune denominatore tra malattie metaboliche e neurodegenerative infatti, come attestato da numerosi studi, è la carenza dell’enzima SIRT1, che serve a proteggere i neuroni e allo stesso tempo le ghiandole endocrine come il pancreas, che regola l’insulina.

L’intuizione della Vlassara e dei suoi collaboratori è che un regime alimentare ricco di AGE (per intenderci quello che favorisce l’insorgere del diabete), riduca, se non addirittura sopprima, la produzione del SIRT1. La cui mancanza a sua volta è coinvolta nei processi che portano al declino cognitivo e all’Alzheimer.

Per dimostrarlo hanno somministrato a delle cavie una dieta con alti livelli di AGE, per simulare le quantità assunte dall’uomo con i cibi tipici della nostra alimentazione. Hanno quindi riscontrato effettivamente un basso dosaggio dell’enzima SIRT1 nel sangue dei topi e nel loro tessuto cerebrale, in concomitanza con alti livelli di AGE. Inoltre le cavie hanno manifestato disturbi cognitivi e disfunzioni neurologiche dell’apparato motorio (come nel Parkinson) oltre alla crescita delle placche senili nel cervello (quelle dell’Alzheimer) e sviluppato la resistenza all’insulina, l’anticamera del diabete. Effetti che non sono stati registrati invece negli esemplari nutriti con una dieta con solo la metà del quantitativo di AGE.

Infine i ricercatori riportano uno studio clinico effettuato su persone over sessanta: chi aveva alti livelli di AGE nel sangue allo stesso tempo manifestava carenza dell’enzima SIRT1 e nell’arco di soli nove mesi anche l’insorgere del declino cognitivo e del diabete. Morale: secondo il team della Vlassara una adeguata dieta, in grado di mantenere alto il dosaggio dell’enzima nel sangue e nel cervello, può contribuire notevolmente a rallentare l’insorgere delle patologie neurodegenerative.

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