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Scienza

L'ovocita come benefit

Negli USA, Facebook e Apple regalano alle loro dipendenti l'opportunità di congelare gli ovuli, per dedicarsi alla carriera. Ecco perché

La notizia che Facebook e Apple regaleranno alle dipendenti americane l’opportunità di congelare gli ovociti ha suscitato una pioggia di critiche. Ancora una volta l’Italia non ha perso l’occasione per dimostrarsi refrattaria ad accogliere le opportunità offerte dalla scienza. Ciò che sorprende è che, a fronte della prima vera occasione di superare la disparità biologica tra uomo e donna, a obiettare siano proprio le donne.

Congelare gli ovuli entro i 30 anni eliminerebbe la causa biologica all’origine di effetti negativi, sociali e culturali, che accompagnano la fine dell’età riproduttiva della donna, precoce rispetto all’uomo. A sottolinearlo è Wybo Dondorp, ricercatore in Ethic & Society, la disciplina che studia l’impatto delle nuove scoperte scientifiche sulla società. Va premesso che la validazione della tecnica di vitrificazione per la criopreservazione, che ha raddoppiato le possibilità di successo, è fonte di orgoglio tutto italiano: proprio perché erano vietati per legge congelamento degli embrioni e fecondazione eterologa, si è potenziato questo ramo di ricerca.

«La notizia di questi giorni dovrebbe essere l’occasione per rendere più conosciuta questa possibilità, per pazienti oncologiche ma anche affette da endometriosi o a rischio di fallimento ovarico precoce» osserva Laura Rienzi, direttore del laboratorio di embriologia. Ogni anno 9 mila donne rischiano l’infertilità a causa della chemioterapia. Le aziende tech come Facebook e Apple utilizzano l’incentivo anche per attrarre giovani talenti che già pensano di ricorrere al cosiddetto «social freezing». Perché sono single. Perché hanno sposato un ventenne che non desidera figli. Perché ne hanno già. Perché sanno di avere un patrimonio genetico che rende più probabile l’insorgere di un tumore. O perché non vogliono figli: che resta, speriamo, un diritto inalienabile conquistato a fatica negli anni 70. Negli Stati Uniti, dove non è garantito dallo stato un servizio sanitario esteso come il nostro, la scelta di lavorare per un’azienda è condizionata dalla sua offerta assicurativa.

«Non sarebbe meglio trovare soluzioni diverse a sostegno delle donne che lavorano?». La domanda viene anche dal movimento femminile «Se non ora quando?» . Giusta considerazione, se non fosse che le stesse aziende offrono già una schiera invidiabile di vantaggi alla pianificazione familiare. Facebook, oltre a estendere il benefit a donne che hanno già figli, provvede a 4 mesi pagati di congedo; offre 4 mila dollari in contanti come dono al nuovo nato o adottato; agevolazioni per gli asili e spese iniziali per la tata. Apple copre le spese legali per l’adozione e offre il benefit anche a chi ha scelto il part time.

L’idea che le soluzioni siano alternative è figlia di un equivoco tutto europeo. Quella delle aziende della Silicon Valley è una policy studiata con neuroscienziati ed economisti sociali, definita «per una maternità estesa». L’empowerment femminile amplia la libertà di ogni possibile scelta da parte di donne di ogni età. A una ventenne che pensa di non volere figli, o di non volerne altri, si offre la possibilità di affrontare il futuro senza il retropensiero, conscio o più spesso inconscio, che a 40 anni potrebbe pentirsi. Il congelamento, va da sé, non impedisce in alcun modo una gravidanza più naturale. Anzi. È prevedibile che le donne siano agevolate nella ricerca del partner e nel concepimento da una maggiore rilassatezza dovuta proprio al patrimonio congelato.

Certo, il nudge, la spinta gentile, c’è. L’azienda si avvantaggia della dedizione delle giovani, ma loro ampliano il ventaglio di opzioni tra cui scegliere, a fronte di tutti gli imprevisti e i cambiamenti della vita. L’Italia, contraddittoriamente, pur avendo appena ammesso il diritto delle donne ad avere un figlio grazie al patrimonio genetico di un’estranea (decisione nobilissima ma obbligata, che non tutte si sentono di affrontare, e che porta a molte rinunce definitive di maternità), si dimostra culturalmente refrattaria a offrire a quelle donne la possibilità di essere loro le donatrici delle future se stesse. E non solo. Di diminuire il rischio di aborto, molto frequente in caso di procreazione assistita con il proprio ovulo anziano. E di donare ad altre. Se non ci fossero ovociti congelati di donatrici giovani la fecondazione eterologa sarebbe più complicata. Il 30 per cento delle italiane ricorre alla fecondazione assistita a più di 40 anni con i propri ovociti. Con minore probabilità di successo e quindi un maggior numero di costosi tentativi. In Italia congelare un numero congruo di ovuli costa tra i 2.500 e i 3.500 euro. I

n tempi di apertura, persino sinodale, a divorziati e famiglie allargate, criticando l’iniziativa non si considera l’altissima percentuale di donne che vogliono figli oltre i 40 anni, pur avendone già, perché in una nuova relazione: i-l partner può essere anziano, con liquido seminale invecchiato e quindi con minore probabilità di successo (perché nessuno ne parla mai?). Quante, a quel punto, potendo innalzare la percentuale di successo di coppia fornita dal proprio ovulo di 20 anni prima, preferirebbero comunque un’ovodonazione? Probabilmente nessuna. Cade la motivazione biologica inconscia per la quale gli uomini, a 50 anni, si rifanno una vita scegliendo donne più giovani. La scienza, come la tecnologia, amplia le possibilità di scelta. Le aziende americane, come insegnano le pluripremiate Johnson & Johnson e Microsoft, con il supporto delle neuroscienze valutano i benefici produttivi offerti dalla serenità mentale delle dipendenti. La decisione resta del singolo, uomo, donna o gay, che deve essere prima di tutto consapevole delle forme di condizionamento biologiche, aziendali e sociali a cui è sottoposto, e poi avere la possibilità di scegliere tra la più vasta gamma di opzioni possibili. 

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