Morte
Scienza

La morte, più angosciante immaginarla che viverla

Secondo uno studio, le nostre aspettative sulla fine della vita sono poco realistiche: le emozioni positive prevarrebbero su quelle negative

Non così terrificante come credevo. Potrebbe essere la recensione sulla morte da chi ha l’ha descritta via via che si avvicinava. Nonostante l’angoscia della morte sia una parte fondamentale dell’esperienza di uomini, quando la fine si approssima davvero, la paura si attenua, e lascia il posto a emozioni meno negative, di accettazione e perfino di pienezza. Questo è quel che sostiene un gruppo di psicologi, che ha dedicato uno studio all’argomento: “Dying is unexpectedly positive” (“Morire è più positivo di quel che ci si aspetta”) è il titolo dell’articolo in cui i ricercatori riportano le loro conclusioni sulla rivista Psychological Science.

Esperienza vera o immaginata


Gli psicologi hanno paragonato le emozioni provate da chi si trova davvero in faccia alla morte, malati terminali di cancro e di sclerosi multipla e prigionieri nel braccio della morte in un carcere in Texas, e quelle di persone a cui è stato chiesto di immaginare che avrebbero dovuto lasciare questo mondo entro pochi mesi. Il confronto è stato fatto esaminando con un algoritmo i testi scritti in blog di persone morenti (con il requisito che avessero postato almeno 10 volte nell’arco di tre mesi, e che la loro fine fosse avvenuta in quell’arco di tempo) e di altre che hanno immaginato di trovarsi nella stessa situazione.

Dall’analisi dei testi, è emerso che via via che si avvicinava l’ultima ora, nelle parole dei morenti hanno cominciato a prevalere le parole legate a emozioni più positive, temi come l’amore, gli affetti familiari, la religione. Al contrario, i termini di chi si è figurato di trovarsi nella condizione di malato terminale esprimevano soprattutto ansia e paura.

Adattabili


“Gli esseri umani riescono ad adattarsi in modo incredibile – sia fisicamente sia emotivamente – e ciascuno riesce ad andare avanti con la vita quotidiana sia che stia morendo sia che no” ha detto Kurt Gray, uno degli autori dello studio. “Nella nostra immaginazione, la morte è solitudine e mancanza di senso, ma gli ultimi post sui blog di malati terminali e condannati a morte sono piene di amore, sentimenti di connessione con gli altri e significato”.

Le emozioni positive e il senso di pienezza espresso per esempio da alcuni, come la commovente testimonianza di Padre Modesto Paris pubblicata Panorama pochi giorni fa, o l’addio pieno di grazia e ironia che la scrittrice per bambini Amy Krouse Rosenthal ha dato a marzo sul New York Times sembrerebbero incredibili eccezioni. Forse invece potrebbero essere più comuni di quello che si pensa.

Resta da vedere se valga per tutti, anche per chi si avvicina alla morte con l’età, per chi deve fronteggiare a lungo l’incertezza, per chi ha un carattere più chiuso e meno propenso a manifestare le sue emozioni. La speranza è che per tutti lo spauracchio sia meno terribile quando incontrato faccia a faccia.

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