Scienza

Ecco come il Giappone sta usando i robot per il "caregiving" degli anziani

Nel 2020, prevede il governo, quattro pazienti su cinque verranno accuditi da intelligenze artificiali e automi "da sollevamento"

Robot caregiving anziani

Luciano Lombardi

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Il Giappone invecchia. Rapidamente, con le nascite che crollano a picco e le aspettative di vita che aumentano di anno in anno.

Il Giappone perde abitanti. E, se a questo si aggiunge che si tratta del Paese con le politiche d’immigrazione più restrittive al mondo, la stima che entro i prossimi trent’anni la sua popolazione si ridurrà di un terzo non appare così inverosimile.

E allora altro che fine del lavoro: fine dei lavoratori.

Robot "valorizzati" per legge

Di tutto questo il governo nipponico è ben consapevole e non certo dall’altro ieri. E neppure è un caso che la legislazione dello Stato sia da tempo tesa a valorizzare la presenza di quei surrogati, succedanei, alternative all’essere umano che rispondono al nome di robot.

Tra i settori in cui si registrano i segnali più evidenti di questo stato di cose c’è quello della sanità, endemicamente a corto di personale.

Da quando le istituzioni hanno dichiarato pubblicamente di considerare l’idea di voler alleggerire il carico del personale infermieristico aumentando l’autonomia degli anziani nelle loro stesse case, il mondo della produzione hardware e software si è messo al lavoro concentrando i suoi sforzi per produrre dispositivi robotici che possano aiutare le persone sole bisognose di assistenza ad essere accudite.

L'80% degli anziani curato dai robot


Secondo le strategie del governo, entro la fine di questo decennio, quattro pazienti su cinque riceveranno il caregiving esclusivamente da robot.

“Ovviamente, la robotica non può (ancora) risolvere tutti i problemi di questo tipo - ha dichiarato a The Guardian Hirohisa Hirukawa, direttore della ricerca e dell’innovazione National Institute of Advanced Industrial Science and Technology - tuttavia può offrire un contributo non trascurabile”.

Al momento sono in corso diverse sperimentazioni nelle case di riposo e di cura, circa l’8 per cento del totale nel Paese, nel corso delle quali oltre a essere testato il funzionamento della cosiddetta “robotica di sollevamento” rivolta ai pazienti sulla sedia a rotelle o allettati, si cerca di tenere in debita considerazione il punto di vista di chi riceve la cura, al fine di minimizzare le comprensibili resistenze psicologiche iniziali.

Oggi, per contenere al minimo costi e complessità dei prodotti si è volutamente trascurato l’aspetto antropomorfo dei robot, concentrandosi soprattutto sulla loro efficacia, sia in termini di efficienza “fisica” che di intelligenze predittive. Ma è scontato che il passo successivo sia rendere gli automi sempre più somiglianti all’essere umano.

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