verdura e legumi
Dieta

Dieta vegana, quando è spinta agli estremi e danneggia i bambini

Si chiama "ortoressia", è l'ossessione per l'alimentazione sana. Ma, come tutti i fanatismi, può avere conseguenze molto gravi

di Liliana Dell'Osso
(Professore ordinario di psichiatria e direttore della Clinica psichiatrica dell'Università di Pisa)


Due storie di bambini (per entrambi i genitori sono vegani) ricoverati in ospedali di Firenze e Milano (accusavano dei malori e i medici hanno diagnosticato uno stato di denutrizione), a qualche giorno di distanza l’una dall’altra, continuano a riempire le pagine dei giornali e a coinvolgere i lettori soprattutto emotivamente, come accade sempre quando riguardano bambini.

Sotto i riflettori c’è dunque la dieta vegana spinta agli estremi per i propri figli. Ma il dibattito non si può limitare ai nutrizionisti e ai pediatri, magari limitandosi agli aspetti delle proteine animali o ai cosiddetti integratori, perché dopo i più noti classici Disturbi del Comportamento Alimentare (l’anoressia nervosa e la bulimia nervosa), si sta diffondendo un terzo tipo, l’ortoressia, cioè alimentazione corretta, incentrato sulla “qualità” del cibo. L’ortoressia ha le sue radici nell’alimentazione “salutistica”, oggetto oggi di pressanti campagne pubblicitarie in cui vengono amplificate le proprietà positive di certi alimenti e quelle negative di altri, informazioni (o pseudoinformazioni) che l’ortoressico fa proprie e le interpreta ed elabora in regole alimentari sempre più rigide che possono riguardare i più diversi fattori, singolarmente o variamente combinati tra loro: dal timore di malattie trasmesse attraverso i cibi (es., la mucca pazza o l’aviaria) all’uso degli estrogeni e/o degli antibiotici negli allevamenti, dagli OGM ai conservanti o ai coloranti o agli inquinanti, dal botulino ai tipi di cottura e alle verdure esposte a radiazioni ed altro ancora in rapporto ai messaggi recepiti ed alla fantasia del soggetto.

Tratti di personalità ossessivo-perfezionistici, ipocodriaco-patofobici, ansioso-panici, rappresentano molto spesso il terreno su cui più facilmente attecchisce l’ortoressia, che nasce generalmente come una ragionevole preoccupazione e presto diventa sempre più invasiva, ossessiva, configurandosi come, se non l’unico, certamente il principale centro di interesse del soggetto. E come tutti i fanatismi, comporta, al di là di quelle specifiche sul piano della salute psicofisica, conseguenze pesanti sulla vita sociale.
L’ortoressico, nell’intento di alimentarsi esclusivamente di cibo considerato (arbitrariamente) genuino, sano, finisce per escludere dalla propria dieta un numero crescente di alimenti, fino ad arrivare a restrizioni anche quantitative giungendo a livelli di denutrizione sostanzialmente sovrapponibili a quelle dell'anoressia nervosa. Ma l’ortoressia comporta anche una compromissione della vita sociale: partendo dal presupposto che il cibo ha anche valenze sociali, per la necessità di mangiare cibi estremamente selezionati e cucinati in maniera strettamente personale, l’ortoressico “non può” mangiare con gli altri, andare al ristorante con i familiari e gli amici, “deve” inevitabilmente mangiare da solo cibi che prepara lui stesso. Non solo, nel proprio fanatismo diviene intollerante nei confronti di coloro che non seguono le sue regole e questa strada porta inevitabilmente all’isolamento sociale.
A ben vedere, tra anoressia e ortoressia esiste, al di là delle specifiche connotazioni cliniche dei due disturbi, una aspirazione comune, quella della ricerca di una “purezza” spirituale che trova il suo specchio in quella fisica, con la ridotta alimentazione nel primo caso, con la scelta di cibi sani nel secondo. Del resto, nei secoli passati la santità motivava il digiuno, il disgusto per il grasso negli anni del benessere dopo la seconda guerra mondiale, la ricerca di cibo sano e genuino in questi ultimi anni in cui il mercato è stato invaso dal cosiddetto “junk food”. Comune alle due condizioni è anche il “senso di colpa” che accompagna le violazioni, anche involontarie, alle rigide regole alimentari e che porta, di solito, a un loro ulteriore irrigidimento.
Nell’ortoressia è frequente anche lo sviluppo di una farmacofobia nei confronti della medicina tradizionale con un crescente orientamento verso medicine alternative (omeopatiche, naturistiche ecc.) la cui efficacia e innocuità sono tutt’altro che provate. Un aspetto drammatico di questa condizione (ma anche di altre, come, nei casi dei bambini di Firenze e di Milano, il veganismo), che non deve essere sottovalutato, è che in questa visione ossessivo/paranoide della purezza dei cibi vengono coinvolti, e spesso fin dalla nascita, anche i figli che vengono così esposti a problemi anche gravi per la loro salute se non della loro vita.


In definitiva, un comportamento che può avere alla sua base una logica razionale, che nelle fasi iniziali può dare l’idea di un comportamento bizzarro, originale ma non dannoso o pericoloso, può trasformarsi in una “religione” fanatica che travolge l’individuo su tutti i versanti, fisico, psicologico e sociale, e può diventare un grave fattore di rischio per coloro che dipendono dal soggetto che ne è affetto, con l’aggravante che l’assoluta mancanza di consapevolezza di malattia ostacola la richiesta di osservazione specialistica e di trattamento

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