Per la prima volta, grazie al lavoro di un team di ricercatori dell’Imperial College di Londra, sono state individuate le evidenze del meccanismo che ha separato geologicamente l’Inghilterra dal continente europeo, dando così origine a quella che gli scienziati chiamano la “Brexit 1.0”, il distaccamento naturale “che nessuno ha votato”.

Infatti, secondo le teorie formulate già agli inizi del secolo scorso, l’isola era un tempo collegata all’Europa da un istmo composto di roccia e ghiaccio che univa le bianche scogliere di Dover a quella che oggi è la cittadina di Calais, in Francia, che si affaccia sul canale della Manica. E che poi è improvvisamente scomparso.

È stato ipotizzato che lo scioglimento di un grande ghiacciaio abbia eroso questo stretto collegamento naturale, ma finora mancavano prove concrete per supportare questa tesi.

I ricercatori guidati da Sanjeev Gupta le hanno trovate sul fondo del canale della Manica, come spiegano in uno studio pubblicato oggi su Nature Communication.

Un ponte naturale univa l’Europa
Tutto comincia circa quattrocentocinquanta mila anni fa, quando il pianeta era stretto nella morsa dell’era glaciale che gli esperti chiamano Marine Isotope Stages 12.

Gran parte del nostro continente era coperta da una calotta di ghiaccio e l’intero Mare del Nord, dalla penisola scandinava fino all’Inghilterra, era quindi completamente gelato.

Il canale della Manica, a causa dell’abbassamento del livello dei mari, era a quell’epoca una profonda valle attraversata da rigagnoli e ruscelli, in un paesaggio molto simile all’attuale tundra siberiana, nella quale si ergeva una dorsale in roccia, un “ponte” tra l’Inghilterra e il resto d’Europa.

“Questi fiumi erano prodotti da un enorme ghiacciaio che occupava gran parte dell’area del Mare del Nord e probabilmente formavano anche qualche lago: vecchie esplorazioni hanno infatti evidenziato enormi canyon scavati sul fondo della Manica” dice a Panorama.it il dottor Andrea Zerboni, ricercatore di Geologia del Quaternario e Geomorfologia al Dipartimento di Scienze della Terra “A. Desio” dell’Università degli Studi di Milano.

Il “ponte”, formato da “rocce sedimentarie carbonatiche, nello specifico calcari costituiti per la maggior parte da microfossili” e da ghiaccio, fungeva anche da diga per arginare l’acqua prodotta dallo scioglimento del ghiacciaio che formava un grande lago proprio in prossimità dell’istmo.

“A un certo punto questa barriera si è rotta in modo abbastanza repentino e il lembo di terra è stato completamente eroso dalla grande corrente di acqua in veloce scorrimento, paragonabile a centinaia di volte un torrente di montagna in piena”.

Frontiere chiuse per centoquarantamila anni
Un’ulteriore prova indiretta della distruzione di questo ponte naturale, che ha permesso la colonizzazione della Gran Bretagna, è proprio nell’improvvisa interruzione di quest’ultima, circa duecentomila anni fa.

“Fino a quel periodo la migrazione degli ominidi del genere homo dal continente è stata costante” afferma Zerboni.

“Il drastico calo del popolamento umano è stato messo in relazione alla scomparsa di un lembo di terra che gli uomini del paleolitico usavano come passaggio per giungere sull'isola”.

Fenomeno che è durato sino all’ultima glaciazione, avvenuta circa ventimila anni fa, quando “con l’abbassamento del livello del mare nella Manica e la formazione di isolotti di ghiaccio nel Canale le popolazioni continentali hanno ripreso a spingersi sull’isola”.

L’Inghilterra è rimasta quindi letteralmente isolata dal resto d’Europa nel periodo intercorso tra queste due ere glaciali.

Se non fosse accaduta questa serie di avvenimenti geologici l’isola britannica sarebbe rimasta attaccata al continente, formando probabilmente una penisola come l’attuale Danimarca.

La separazione è avvenuta in due fasi
Grazie ad innovative apparecchiature per osservazioni della morfologia degli abissi marini gli scienziati dell’Imperial College hanno ricostruito con estremo dettaglio una topografia in 3D del fondale della Manica.

E hanno visto che ci sono delle enormi buche, larghe qualche chilometro e profonde centinaia di metri, sparse proprio nel tratto sottomarino tra Dover e Calais.

“Sono la prova della tracimazione del lago formato dalle acque del ghiacciaio situato nel Mare del Nord” spiegano i ricercatori “perché riteniamo si siano formate a causa delle ingenti masse d’acqua che si riversavano a cascate dall’alto della diga, scavando in profondità le rocce sulle quali precipitavano”.

Ma c’è di più. Gli scienziati hanno infatti trovato tracce anche di un secondo evento che avrebbe definitivamente aperto lo Stretto di Calais, inondando completamente il canale della Manica.

“Anche in questo caso si è trattato di una esondazione di acqua proveniente da un altro piccolo lago di origine glaciale, occorso circa centosessantamila anni fa, quindi a migliaia di secoli di distanza dalla prima catastrofica inondazione”.

Il meccanismo di separazione è avvenuto quindi in due fasi distinte, ma con una fenomenologia simile: la crosta di terra che univa Inghilterra e Europa è stata spazzata via dalla forza erosiva dell’acqua fuoriuscita da laghi prodotti dallo scioglimento del grande ghiacciaio nel Mare del Nord.

E i segni di queste tracimazioni sono ancora lì, sotto forma di profonde buche scavate dalle cascate, adesso custodite sul fondo del mare.

Effetto Vajont
“Ancora non sappiamo cosa abbia causato l’esondazione di questi laghi” dice Jenny Collier, coautrice dello studio. “Forse una parte del ghiaccio nella diga che conteneva le acque si è staccata precipitando nel lago e creando un’onda anomala che le ha fatte fuoriuscire”.

Uno scenario simile al disastro del 9 ottobre 1963, quando una parte del Monte Toc è franata nel bacino artificiale costruito nella valle del Vajont, nel Veneto, per alimentare una centrale idroelettrica e che ha completamente distrutto tutte le cittadine sottostanti.

“Oppure un sisma potrebbe aver indebolito la struttura” prosegue la ricercatrice “provocando in seguito il collasso della stessa”.

Nuovi studi per ricostruire la cronologia degli eventi
Per ricostruire la sequenza dei fenomeni geologici che hanno contribuito a far tracimare il ghiacciaio, e quindi collocarli in una sequenza temporale, servono ulteriori indagini.

Che sarebbero di fondamentale importanza anche per capire l’evoluzione indipendente dell’Inghilterra rispetto al continente europeo.

Ma per proseguire gli studi bisogna analizzare campioni di sedimenti depositati nelle buche create dalle cascate, impresa tutt’altro che semplice dato che sono collocate su uno dei fondali con le correnti sottomarine più forti al mondo e in superficie il notevole traffico di navi nello Stretto crea non pochi problemi logistici.

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