Il paggio di nozze lo fa il bassotto

Portano le fedi in chiesa, sfilano con vestiti griffati, vanno ad aperitivi canini, aprono i regali di Natale... Sono i nuovi umanoidi, amati fino all’ultimo istante. E, quando muoiono, bare in raso o urne di madreperla.

– Credits: Getty Images

Monica Solari

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È il grande giorno: lui in abito scuro, lei in avorio e velo. Le madri degli sposi piangono, i padri sospirano. Arriva il momento dello scambio degli anelli: chi passa le fedi allo sposo? Il cane di famiglia, che ha percorso la navata con solenni scodinzolamenti, portando gli anelli appesi al collare.
Perché oggi, a quanto pare, non c’è niente di più glamour che far partecipare alle nozze i migliori amici dell’uomo. E così, dopo il successo riscosso negli Stati Uniti, anche da noi è nata un’agenzia che si occupa del ruolo degli animali domestici nel giorno dei fiori d’arancio. «Quando mi sono sposata, volevo portare con me la mia cagnolina, ma non potevo» racconta Elisa Guidarelli, proprietaria della Wedding dog sitter. «Dovevo controllare i fiori, i tavoli, le bomboniere e non potevo pensare anche al cane. Quindi ho deciso di occuparmi degli animali degli altri nel giorno più bello». L’ha fatto, per esempio, con il pincher del calciatore della Juventus Leonardo Bonucci, paggetto a quattro zampe alle nozze con Martina Maccari.

Funziona così (per chi volesse provare): la «dog sitter» piomba a casa della sposa o dello sposo, al momento dei preparativi; prende la bestiola e la porta a fare un giro per allontanarla dall’isteria prenuziale ed evitare ricordini lungo la navata della chiesa o sulle composizioni floreali. Poi fa indossare al cane l’abito da cerimonia: un collare a forma di collo di camicia da smoking con papillon per lui, in pizzo o raso con fiori finti (veri potrebbero dar fastidio all’olfatto) per lei.

«Le spose si lasciano prendere la mano, arrivando a chiedere vestiti interi e velette» ammette Guidarelli «ma io non voglio che i cani sembrino pupazzi. Il collare decorato basta e avanza, è fatto con cura sartoriale e su misura. Se vogliono, aggiungo un portafedi nello stesso tessuto e accompagno il cane al guinzaglio fino all’altare. Se non è timido e gli piace sentirsi al centro dell’attenzione, arrivo a metà strada e gli faccio fare il resto da solo».
Finita qui? Macché. A cerimonia conclusa, l’agenzia offre un servizio fotografico dal punto di vista del cane: «Immortaliamo ciò che l’animale ha visto durante le nozze». E pazienza se capita che in alcuni scatti si vedano solo caviglie e scarpe degli sposi: «Il cane è il centro di tutto».

Non è solo una metafora. Oggi, nonostante la crisi globale, il business che ruota intorno agli animali da compagnia è in continua crescita. In Italia, cani e gatti sono protagonisti di un giro d’affari che chiuderà il 2013 con un fatturato di oltre 3,6 miliardi. E se nel 2012 il mercato ha fatto registrare una crescita del 2 per cento rispetto all’anno precedente, nel 2013 ha superato il 4. Secondo uno studio della Camera di commercio di Milano, nel nostro Paese sono 7.903 le imprese legate al cosiddetto «doggie world». Per numero di attività in testa alla classifica c’è la Lombardia con 1.051 imprese, seguita dal Lazio (1.045) e dalla Campania (761). Ma primatista della crescita è la Basilicata (con un incremento del 12,1 per cento), seguita da Molise (8,7 per cento) e Calabria ( 8,2).

Proliferano le imprese di servizi veterinari, di cura, pensioni o addestramento. «Siamo passati dalla semplice cultura cinofila a un profondo sentimento animalista» afferma Massimo Perla, addestratore tra i più visti nei salotti televisivi. «Certo, ora il cane è un componente della famiglia, ma non bisogna mai dimenticare che non deve essere trattato con logica umana. Ha bisogno di una vita psicomotoria adeguata alle sue caratteristiche. Inutile farlo salire su letti e divani, per dormire non ha bisogno del materasso. Non deve stare in borsetta, anche se è piccolo, perché se ha quattro zampe è per camminare. Non è il sostituto di un figlio e non è un bambino: comperargli vestiti o impedirgli di rotolarsi nel fango non sono segnali d’amore ma di egoismo. Rabbrividisco quando vedo cuccioloni portati a spasso con la carrozzina o sdraiati su una cuccia a forma di Partenone».

Eppure gli eccessi abbondano, soprattutto dall’altra parte dell’oceano: con gli «yappi hour», versione canina degli happy hour delle signore di Manhattan, e con le innovazioni in mostra alla fiera annuale, di Miami, Animalia pet expo: culle per i cuccioli con zanzariera di tulle, vitamine per il pelo, smalti colorati per le unghie delle zampe, cappelli con i buchi per le orecchie, profumi, balocchi... Mancano solo le sfilate di moda per cani, si potrebbe pensare, ma ci sono pure quelle: la più famosa è l’Animalia pet expo a Miami, dove, dopo un accurato casting, i «dog model», equivalenti canini delle top model, vanno in passerella con indosso capi delle varie collezioni autunno-inverno. Le star si chiamano Lucky, un chihuahua che oltre a sfilare con gli abiti più eccentrici frequenta un corso di danza, poi Gabby, Portia, Rosie. Sono rappresentati da note agenzie di cani star come la Paws (Pets at work on set) o la Top dog talent agency di

Hollywood. I quattro zampe vengono fotografati in ghingheri per l’ormai celebre volume Couture Dogs of New York, un coffeetable book firmato dall’artista Paul Nathan che ritrae i cani più modaioli della Grande mela. Eccessi dai quali i proprietari di sobri bastardini si tengono accuratamente lontani.
C’è però un elemento che li accomuna a quelli dei cani star: la paura di perderli. Oggi c’è una soluzione anche a quest’incubo. Non serve più andare in giro ad attaccare foto del fuggitivo su ogni palo della strada. In era tecnologica basta scaricare gratuitamente sul cellulare l’applicazione Pet angels (su Facebook: Pet angels Italia) e in tanti potranno partecipare alla ricerca. «L’idea ci è venuta quest’estate» dice l’ideatore Leonardo Gedalije. «È un’applicazione mobile per iOs e Android in grado di lanciare allarmi geolocalizzati, sfruttando il gps dello smartphone, a tutti gli “angels” presenti entro 3 chilometri dalla zona di smarrimento».

Inserire nella richiesta una piccola ricompensa è vivamente raccomandato. Chi ha scaricato l’applicazione vedrà sul suo telefonino un «lost alert» con foto e nome del cane, specie, età, luogo, data, ora dell’ultimo avvistamento e numero di chip o tatuaggio. Nel fortunato caso di ritrovamento, potrà inviare un «found alert». Pet angels diventerà operativo a giorni: avviserà i proprietari dei cani anche di zone pericolose o a rischio avvelenamenti e, tra qualche mese, aumenterà a 6 chilometri la portata del messaggio di allerta. Gedalije spera che diventi un regalo di Natale, anche se le strenne a misura di cane già abbondano. Se ci si abbona al servizio DogDeliver (www.dogdeliver.com), per esempio, si vedrà arrivare a domicilio, ogni mese, una scatola piena di sorprese: dai croccantini agli ossi masticabili, dai giochi agli spazzolini per i denti, senza dimenticare lo shampoo ai bioderivati marini. Il 10 per cento degli utili andrà ai cani meno fortunati dei canili italiani.

Né potevano mancare, quando l’adorato cucciolo ci abbandona, le agenzie funebri canine, altro settore in grande espansione, almeno negli Stati Uniti. Mentre in Italia i padroni inconsolabili possono far cremare il cane e richiedere le sue ceneri (il servizio costa sui 400 euro), il settore americano del post mortem va oltre: fino a 10 anni fa comprendeva una manciata di aziende, ora è dominato da 700 società specializzate in cimiteri, cremazioni e funerali. Quando l’animale vola nel «paradiso dei cuccioli», ci può andare in una bara di mogano foderata di raso. Oppure finire in quella che, più che un’urna, sembra un oggetto di design. Anche nel prezzo: dai 150 dollari se è in bronzo fuso o rame, ai 900 se di vetro di Murano con intarsi in madreperla. Per chi invece preferisce seppellire l’animale in giardino c’è, per 100 dollari, una lapide di marmo a forma di impronta canina con tanto di nome, foto e frase incisa: «In loving memory of my wonderful dog» è la più scelta.

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