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Lo Yeti? In realtà è solo un orso: ecco le prove

L'esame del Dna di 23 reperti attribuiti alla creatura delle nevi li fa risalire a tre specie di plantigradi, una delle quali rischia l'estinzione

yeti

Marta Buonadonna

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Avete presente l'abominevole uomo delle nevi che si dice abiti le più alte cime dell'Himalaya? Quella creatura dalla pelliccia bianca, metà uomo e metà bestia che vive nascosta in luoghi che per gli umani sono pressoché inaccessibili in effetti non esiste. No, non è che le sue tracce siano un falso, è solo che analizzandole per bene gli scienziati si sono resi conto che non appartengono a una misteriosa specie ignota, bensì sarebbero riconducibili a tre diversi tipi di orso.

Orsi di montagna

Uno studio sul Dna delle tracce fisiche finora raccolte e attribuite allo Yeti (denti, peli, escrementi, pelle, ossa), condotto dalla Royal Society di Londra, sembra aver messo la parola fine alla leggenda. Le testimonianze biologiche che si pensava appartenessero al mostro in realtà ricondurrebbero a tre diversi plantigradi: l'orso nero asiatico, l'orso marrone tibetano e l'orso marrone himalayano.

"Le nostre scoperte", spiega Charlotte Lindqvist, professoressa associata al College of Arts and Sciences dell'Università di Buffalo, "suggeriscono fortemente che le basi biologiche della leggenda dello Yeti possono essere trovate negli orsi locali". Lo studio inglese non è il primo a mettere in dubbio la leggenda, ma mette insieme una quantità di prove genetiche senza precedenti a suffragio della tesi più scientifica e meno fantastica.

I reperti analizzati, tra cui una reliquia monastica che si dice provenga da una zampa dello Yeti, arrivano da collezioni private e musei di tutto il mondo. L'analisi del Dna ha svelato che si tratta in realtà di resti di 23 diversi orsi.

Il mito di Barefoot

In un libro che racconta il suo percorso attraverso il passo di Lhagba La, vicino all'Everest, nel 1921, il tenente colonnello Charles Howard-Bury descrive "tracce simili a quelle di un uomo scalzo", il famoso barefoot. Howard-Bury attribuì le orme a un grande lupo che passando le avrebbe lasciate sulla neve soffice, ma i suoi sherpa dissero che erano state lasciate da un "metoh-kangi" o "un pupazzo di neve/orso".

Seguirono negli anni diverse spedizioni per cercare tracce della creatura già diventata leggendaria e gli avvistamenti del mostro si sono susseguiti per tutto il resto del ventesimo secolo, così come la raccolta di "campioni" fatti risalire allo Yeti. La scienza però ha il potere di sfatare i falsi miti anche se questo provoca delusione in chi ci credeva fermamente.

L'albero genealogico

Lindqvist e il suo gruppo di ricerca hanno ricostruito il genoma mitocondriale completo di ogni esemplare al quale appartengono i reperti, realizzando importanti scoperte sui carnivori della regione himalayana e sulla loro storia evolutiva. "Gli orsi bruni che vivono alle altitudini dell'altopiano tibetano e gli orsi bruni nelle montagne dell'Himalaya occidentale sembrano appartenere a due popolazioni separate", ha spiegato la ricercatrice all'agenzia francese AFP. "La divisione è avvenuta circa 650.000 anni fa, durante un periodo di glaciazione". Le due sottospecie sono quindi probabilmente rimaste isolate l'una dall'altra da allora.

Oggi, l'orso bruno himalayano compare nella lista rossa delle specie "in pericolo critico" dell'Unione Internazionale per la Conservazione. La sua pelliccia rosso-bruna è di colore più chiaro rispetto al più scuro orso bruno tibetano, che ha anche un collare di pelliccia bianca attorno al collo.

Così non ci sono prove scientifiche dell'esistenza dello Yeti, ma questo, ricorda Lindqvist, non vuol dire che la sua esistenza sia stata scientificamente esclusa. Resta insomma un margine di incertezza che lascio spazio alla speranza di quanti preferiscono immaginare creature fantastiche piuttosto che contare peli e denti di specie conosciute, per quanto rare e a rischio di estinzione.

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