Cat eating from a spoon. Image shot 2012. Exact date unknown.
Animali

I gatti sono schizzinosi? No, hanno semplicemente l’amaro in bocca

Una nuova ricerca svela la percezione dei gusti nei felini domestici: non sentono il dolce e sono troppo sensibili al sapore amaro

Alzi la mano chi non ha mai avuto un gatto schizzinoso. Soprattutto per quanto riguarda il cibo. Guai a fargli trovare i croccantini avanzati dall’ultimo pasto: di fronte alla ciotola ancora colma, dopo una rapida e altezzosa annusata tipo sommelier da ristorante a cinque stelle, il micio si volta sdegnato e pretende con sguardi e miagolii inequivocabili che siano rimpiazzati  con bocconi freschi o di un’altra marca. E pensare di riuscire a ingannarlo simulando una sostituzione, poi, è pura illusione: basta un assaggio e subito riconosce se i croccantini sono gli stessi di prima.

 

Una vera impresa, invece, quando si cerca di somministrargli una medicina per via orale: l’astuto felino riesce a mangiare tutto il prosciutto o la succulenta prelibatezza che avvolge la pastiglia senza ingoiarla. O la sputa, costringendo di nuovo a rifare tutto l’impacchettamento per nascondere il farmaco. Alla fine, esausti, dopo il ventesimo tentativo forse si riesce a fargliela prendere. Quante volte scene come queste.

Il perché i gatti siano così sofisticati in fatto di gusti alimentari rimane, assieme alla ricerca della materia oscura e alle prove sull’inflazione dell’Universo, uno dei grandi misteri della scienza ancora irrisolti. Sulla rivista BMC Neuroscience del 2 giugno c’è però uno studio che potrebbe spiegare in parte questo comportamento.

Gli scienziati hanno infatti effettuato esperimenti basati su cellule cresciute in laboratorio (leggi: senza vivisezione) per verificare la risposta al sapore amaro di due recettori del gusto propri del gatto, chiamati Tas2r38 e Tas2r43.

Precedenti ricerche avevano già dimostrato che i gatti non sono in grado di “sentire” il gusto del dolce: dunque le loro introversioni alimentari potrebbero essere in realtà avversioni dovute a un’eccessiva percezione del sapore amaro.

Sono state testate quindi le reazioni di questi recettori su composti organici che per noi umani hanno un gusto estremamente aspro: la feniltiocarbammide e il 6-n-propiltiouracile, che hanno una struttura molecolare simile ad alcune sostanze che si trovano nei cavoletti di Bruxelles e nei broccoli, l’aloina (abbondante in alcune specie di piante) e il denatonio, il composto chimico più amaro esistente sulla faccia della terra.

Dalle analisi è emerso che il recettore Tas2r38 è molto meno sensibile alla feniltiocarbammide rispetto all’analogo recettore umano e del tutto indifferente al 6-n-propiltiouracile. Anche il Tas2r43 si è dimostrato poco stimolato dalla aloina, ma viceversa eccessivamente reattivo al denatonio. Quest’ultimo dato ha portato i ricercatori alla conclusione che i gatti percepiscono in modo molto più marcato rispetto a noi i gusti nella gamma dell’amaro.

Secondo gli scienziati, grazie a questa scoperta si potrebbero quindi sviluppare composti che bloccano o inibiscono il recettore Tas2r43, rendendo così più appetibili medicinali e alimenti.

Se le industrie di cibo per animali riuscissero a mettere in commercio prodotti con additivi che agiscono su tale recettore si potrebbero evitare ingenti sprechi di croccantini e gourmet in scatola, che spesso finiscono nella pattumiera non perché il micio è smorfioso o di gusti incontentabili, ma solamente per il fatto che li sente troppo amari quando rimangono a lungo nella ciotola. Il che non sarebbe poco nell’ambito della salvaguardia di risorse alimentari per il pianeta, il tema di Expo 2015. Ma ai gatti piaceranno?

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