Animali

Test sugli animali: perché sì, perché no

Continua lo scontro tra animalisti (riuniti oggi in un convegno alla Camera) e i ricercatori

– Credits: Alessandro Di Meo/Ansa

"Proprio mentre il Parlamento sta esaminando il decreto legislativo che darà le indicazioni concrete sul recepimento della direttiva europea 'sulla protezione degli animali utilizzati a scopi scientifici', assistiamo a polemiche interessate e tentativi di strumentalizzazione. È dunque il momento di promuovere, sul tema, una riflessione più ampia e libera da pregiudizi".

È con questa motivazione che la Federazione Italiana Associazioni Diritti Animali e Ambiente ha organizzato il convegno “La ricerca scientifica senza animali per il nostro diritto alla salute” promosso anche da Vittoria Michela Brambilla, firmataria della proposta di legge contro quella che gli animalisti definiscono "vivisezione".

Ospiti dell'iniziativa, che si è svolta presso la Camera dei Deputati, scienziati e ricercatori del calibro di Claude Reiss, per 35 anni direttore di ricerca in biologia al CNR francese e Marcel Leist, direttore del Centro per le alternative ai test su animali di Baltimora, persone affette da gravi patologie “che hanno sperimentato direttamente l'inutilità dei test sugli animali” e associazioni ambientaliste e animaliste.

Tutti radicalmente contrari a qualsiasi tipo di sperimentazione medico-scientifica che preveda l'uso di cavie animali.

Nonostante ad oggi, come riferito a Panorama da numerosi esperti, non esistono alternative percorribili. A meno di non voler rischiare direttamente sugli esseri umani, magari carcerati, come qualcuno, non si sa quanto provocatoriamente, aveva proposto di fare dopo l'articolo sugli effetti di un'ipotetica sospensione dell'uso di animali da laboratorio intitolato “O la cavia o la vita” che il 10 maggio del 2012 scatenò un putiferio tra gli animalisti, il lancio di campagne di boicottaggio del settimanale, l'invio di mail di protesta e di insulti all'autrice Barbara Gallavotti.

Accusata di apologia delle vivisezione e di essere al soldo della multinazionali farmaceutiche, Gallavotti aveva pacatamente replicato di non essere mai stata pagata da nessuno né consapevolmente né a sua insaputa, e di essersi limitata a domandare ad alcuni esperti a cosa serve la sperimentazione sugli animali e cosa accadrebbe se la si sospendesse senza esprimere alcun giudizio personale né a favore né contro.

Nonostante chiunque di noi, posto di fronte alla questione se sacrificare se stesso o la vita di un topo al fine di trovare la cura alla malattia da cui è affetto, abbia sicuramente chiara in mente la risposta e tutto il diritto, se vuole, di esprimerla.

Proprio come fece, poco prima di Natale, la 25enne Caterina Simonsen , studentessa di Veterinaria a Bologna, quando decise di mostrarsi intubata in un letto d'ospedale con un cartello in mano su cui aveva scritto: “Grazie alla vera ricerca, che include la sperimentaziona animale. Senza la ricerca sarei morta a 9 anni”.

Un gesto che la trasformò immediatamente in una vittima del morbo nazimalista, che le procurò minacce di morte, accuse e offese di ogni genere compresa quella di essere una “persona difettosa che è giusto che muoia perché deve far soffrire altri esseri viventi”, ma anche la solidarietà di alcune associazioni animaliste come l'Aidaa che comunque, nemmeno in quella circostanza, tralasciò la condanna "contro chi sta montando una indegna campagna contro il diritto di chiedere una legislazione che preveda l'abolizione della sperimentazione animale".

Nonostante, infatti, ci siano numerosi scienziati pronti a giurare che ad oggi non esistono mezzi per sostituire completamente la sperimentazione sugli animali e che se rinunciassimo ad essa dovremmo anche rinunciare a nuovi farmaci, è la stessa Michela Brambilla a sostenere l'esistenza di "lobby che fanno pressione in Parlamento perché sono da sempre abituate a scriversi le leggi da sole".

"Un metodo di ricerca antiscientifico" secondo la Brambilla quello basato sulla sperimentazione animale che in realtà, a suo avviso, costituirebbe "un enorme business" nonostante le multinazionali farmaceutiche spendano molti più soldi per sperimentare farmaci sugli animali di quanti ne spenderebbero facendolo in vitro.

Nel frattempo i test sulle scimmie hanno reso possibile il vaccino contro la poliomielite contro cui, ancora oggi, non c'è cura e che fino alla metà del secolo scorso lasciava paralizzati migliaia di bambini.

Quelli sui topi hanno dato una speranza di vita alle donne colpite da tumore all'ovaio grazie alla somministrazione della trabectedina e potrebbero risultare fondamentali per la ricerca sulla sclerosi laterale amiotrofica o sull’Alzheimer.

I cani sono impiegati nella sperimentazione di farmaci contro le malattie cardiovascolari, come ace-inibitori, beta-bloccanti e statine e sarebbero anche molto utili nelle verifiche di tossicità e negli studi sull’osteoporosi.

Se oggi, infine, è possibile convivere con l'Aids molto più a lungo di prima è grazie ai farmaci testati sulle scimmie.

Siamo sicuri che se a quelle stesse persone che adesso testimoniano contro l'inutilità di questi test, venisse detto che hanno ancora una possibilità di guarire dalla loro malattia grazie a un farmaco sperimentato su un animale, fosse anche uno dei beagle di Green Hill, fosse anche il loro, ci rinuncerebbero?

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