Antonio Carnevale

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L’occidente sta vivendo la sua decadenza. L’occidente è un paradiso. Su questa direttrice, solo apparentemente contraddittoria, si svolge la riflessione che Stefano Zecchi ha affidato al suo nuovo saggio: “Paradiso Occidente” (Mondadori, 240 pagine, 19 euro).

"Se la porzione di mondo in cui viviamo sta attraversando una grave crisi di valori, è altrettanto vero che questa parte del pianeta ha saputo sviluppare un modello di società ambito a ogni latitudine" ha detto lo scrittore e docente di estetica durante la presentazione del libro nella tappa trapanese del tour Panorama d’Italia.

Il discorso di Zecchi poggia stabilmente sulla tradizione filosofica che ha gettato le fondamenta del nostro pensiero, dalla cultura socratica a Platone per giungere ad Aristotele e San Tommaso. Ma il filosofo si concentra soprattutto su quei pensatori che avevano – con accenti diversi – previsto la nostra attuale decadenza. "Sono i filosofi del tramonto, cioè coloro che avevano intuito la pericolosa divaricazione fra tradizione e progresso".

Ecco allora, sulla scia di Goethe, avvicendarsi le riflessioni di Nietzsche, Oswald Spengler, René Guenon, Martin Heidegger, Ernst Junger, Julius Evola. Si tratta in qualche caso di nomi scandalosi, espunti dalla cultura novecentesca per via dei loro legami – diretti o indiretti – con il fascismo e il nazismo.

Ma al di là dei loro ingiustificabili abbagli e terribili errori di valutazione politica, essi "avevano prefigurato nei loro scritti le basi di una civiltà virtuosa e realmente possibile, che però l’Occidente moderno ha cancellato in nome del progresso e dell’autonomia della scienza".

Proprio questo è il fulcro della questione, che Zecchi sintetizza nel celebre, letterario patto Goethiano tra Mefistofele e Faust. "Quel patto è una scommessa sul destino dell’Occidente e sul significato della sua essenziale vocazione: l’azione" avvisa Zecchi.

"Faust avrà salva l’anima se nel suo agire saprà anche appropriarsi di una conoscenza che ha in sé il sapere di ciò che è bene e di ciò che è male". Ma Faust perde la scommessa; e l’Occidente intero perde la scommessa faustiana: "la conoscenza dell’Occidente moderno è pratica e funzionale, e il suo significato etico ed estetico viene ritenuto del tutto secondario o irrilevante di fronte al potere che la scienza conferisce all’uomo, un potere che si sviluppa perciò nell’indifferenza del bene e del male".

La perdita di una gerarchia di valori, un tempo assicurata dalla tradizione, insomma, ci rende oggi fragili di fronte alle scelte su questioni cruciali, come quelle legate all’ambiente, alla medicina, all’ingegneria genetica, alla tecnologia. Ecco poi che la globalizzazione ha sostituito il concetto forte di "cosmopolitismo" con quello debole di "multiculturalità". Ecco un’arte che "ha rinunciato alla bellezza e alla capacità comunicativa". Ecco, in definitiva, "il nichilismo che si affaccia in ogni ambito della vita umana".

Che paradiso è, allora, questo Occidente? Cosa c’è di paradisiaco in questa generalizzata crisi dei valori? La risposta del filosofo è decisa: "il nostro Occidente è ancora un paradiso, magari modesto ma pure sempre attraente. Certamente, la civiltà occidentale è entrata in una lunga, forse inesauribile, decadenza. Libertà e democrazia si sono livellate verso il basso, si sono spente le grandi aspirazioni utopiche e i principi assoluti da realizzare, si sono affievoliti gli ideali e i progetti d’emancipazione. Tutto ciò ha consentito alla società occidentale di adagiarsi su un benessere generalizzato che si accompagna a una diffusa insoddisfazione collettiva e a un senso di frustrazione soggettivo. La rapidità delle comunicazioni e l’economia di mercato globalizzata hanno diffuso lo spirito di questo Occidente rassicurante nei suoi valori mediocri in tutto il pianeta. Un paradiso modesto, dunque, ma pur sempre un paradiso" ribadisce il filosofo, "a cui nessuna cultura extraoccidentale, fino ad ora, si è contrapposta in modo veramente alternativo".

Zecchi però propone una via di miglioramento per questo "modesto paradiso". Di fronte alle contraddizioni della storia, alla decadenza culturale, all’oggettiva difficoltà di dare risposte morali allo sviluppo della società il filosofo invita a non separare etica ed estetica, e a non far soccombere una visione simbolica della realtà sotto i colpi di un progresso tecnico-scientifico distruttivo.

"L’alternativa" sostiene Zecchi nel suo saggio "non è tra responsabilità e speranza, ma tra umanità che accetta la realtà esistente come una condizione paradisiaca immodificabile e una che s’interroga, pone il dubbio, non crede che il nostro sia il migliore dei mondi possibili, e si sente a disagio al solo pensiero di vivere in un paradiso che è “un parco dove soltanto gli animali e non gli uomini possono rimanere”. L’invito, dunque, è imparare a sperare, per non restare in questo parco e "per non naufragare tra gli scogli di astratte e false utopie".  

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