Sergio Luciano

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“Trump ha vinto perché la gente che non legge il New York Times o il Washngton Post, si è stufata delle due parole d’ordine che si è sentita propinare per due anni come portatrici di benessere, cioè globalizzazione e liberismo, mentre intanto la qualità della loro vita peggiorava”.

Valerio Malvezzi, economista, già docente dell’Università del Piemonte Orientale, oggi formatore a tempo pieno con “Win the bank”, un’azienda specializzata nell’istruzione professionale avanzata per manager, imprenditori e professionisti sui temi dell’attualità economica che più affliggono queste categorie, parte da lontano.

Contesto: la “tappa” trapanese di “Panorama d’Italia” – con cui Win the bank ha una partnership; scenario, la strepitosa torre di Bligny, una roccaforte di avvistamento di molti secoli fa, ben restaurata, che si protende come una prua tra il Mar Tirreno al Nord e il Canale di Sicilia al Sud, punta avanzata del territorio italiano sulle onde, verso Occidente.

"Ero curioso ma tranquillo, la notte del voto americano, sapevo da tempo che Trump avrebbe vinto, e non perché io sia un’indovino”, prosegue l’economista, "sapevo però che le sue parole d’ordine avrebbe fatto presa negli strati sociali che possono spostare l’ago della bilancia di un confronto sostanzialmente equilibrato tra le due anime di un Paese". Già: “Trump vuole rafforzare e se necessario ripristinare i confini fisici e commerciali degli Stati Uniti, perché è convinto che un mondo senza confini giovi soltanto alle multinazionali. Con la globalizzazione degli ultimi vent’anni, l’Occidente ha creato nuova ricchezza, ma non a casa sua e per i suoi cittadini, bensì in Cina, in India e nel Far East, a quelle famiglie, e a tutto discapito delle nostre: niente di strano che siano un po’ arrabbiate. Intanto, i magnati delle multinazionali s’ingrassavano sempre di più, e la fettina dei superricchi cresceva a tutto danno della gente comune”.

E il liberismo? “Ci è stato presentato come il pensiero unico dell’unico modello di sviluppo possibile”, spiega Malvezzi, “ma ha inciso profondamente solo sul mercato finanziario, gonfiandolo a dismisura, per cui oggi si produce infinitamente più finanza e prodotti finanziari che ferro, o vacche o automobili. A tutto discapito dell’equilibrio dell’economia reale”.

E dunque il magnate dal ciuffo biondo ha vinto, e con grande costernazione dei guru del “politically correct” della costa Orientale la borsa americana sta festeggiando, salvo forse il comparto dell’hi-tech, che teme – con ragione! – il nuovo centralismo statale di Trump, per cui non potranno più essere Google o Facebook o la Apple e la Microsoft a dare ordini alla Casa Bianca, ma semmai avverrà il contrario.

Come si riconducano questi discorsi di macroeconomia e geopolitica agli interessi spiccioli e operativi delle piccole imprese italiane, Malvezzi lo fa capire con abilità. Con gli Stati Uniti che cambiano pelle, l’Europa germanico-centrica e anti-italiana si indebolisce: “Non so dirvi come sarebbe, per l’Italia, uscire dall’euro, ma posso garantirvi che tra dieci anni l’Europa com’è stata costruita e come la subiamo adesso non ci sarà più”. E un’Europa meno inutilmente severa, che non guardi più soltanto al “rating” prima di autorizzare una banca a erogare credito, come si guarda ad una specie di divinità, è o meglio sarà un sistema nel quale l’economia reale italiana non potrà che esprimersi meglio.

L’importante è arrivarci, a quella fase. Perché nel frattempo le banche hanno stretto all’inverosimile i rubinetti del credito – e i dati, tutti pubblici, lo dimostrano – e quindi per una piccola o anche media impresa ottenere il credito necessario anche solo per l’attività ordinaria è diventata un’equazione di terzo grado. E qui l’economista Malvezzi cede il passo al Malvezzi consulente, il quale ha condensato (si fa per dire) in un librone di oltre 800 pagine due decenni di studi sul sistema creditizio, fatti con l’approccio dell’osservatore indipendente (rarissima virtù, in un’economista) per arrivare a dettare non un decalogo (sarebbe troppo facile!) ma una serie di regole d’oro, variabili a seconda di tanti fattori – dimensionali, settoriali, patrimoniali, reddituali – per riuscire a entrare in banca con una richiesta ed uscirne, magari non subito ma dopo qualche mese di lavoro e di insistenza, con una soluzione.

Anche qui: non sempre la soluzione ideale, ma comunque una soluzione utile ad andare avanti aspettando tempi migliori.
Senza entrare nel merito di due ore e mezzo di lezione – tra l’altro, sia su Facebook che sul sito www.winthebank.com ci sono moltissimi documenti gratuiti su cui farsi idee assai più precise – il “succo” che se ne ricava è molto chiaro: se si vuole ottenere credito, bisogna non solo avere le carte in regola, ma anche e soprattutto saperle presentare a dei valutatori che – meglio dirselo chiaro – di questi tempi hanno paura di sbagliare: perché oggi per chi lavora in banca vale più che mai il vecchio adagio secondo cui "scappare con la cassa è il reato veniale", mentre quello mortale è finanziare un cliente che poi non restituisca alle scadenze e alle condizioni pattuite i soldi presi.

"C’è da studiare, c’è da impegnarsi, c’è da imparare un mestiere parallelo a quello già difficile dell’imprenditore: raccontare se stessi, le proprie competenze, i propri risultati ed anche i propri piani”, sintetizza Malvezzi. Ma visto che alternative non ce ne sono – la stragrande maggioranza delle piccole e medie aziende italiane i danari o li trova in banca o non glieli dà nessuno, e prima o poi chiudono – è giocoforza acquisire anche quest’altra competenza. E Win the bank è sicuramente il posto giusto per riuscirci: forse non l’unico, ma di certo tra i pochissimi, e in questo senso forse l’unico, ad essere del tutto indipendente.


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