Sergio Luciano

-

Siamo seduti su una miniera d’oro – e d’argento, di palladio, di tutti i metalli rari e preziosi del mondo – e la sfruttiamo solo a metà: sono i rifiuti elettrici ed elettronici, in gergo “Raee”, che l’Italia ha imparato a riciclare come si deve, più o meno allineandosi con i Paesi più efficienti d’Europa, ma con ancora alcuni problemi da risolvere.

Una stranezza tutta nostrana è innanzitutto quella del basso indice di “immissione” dei prodotti di questo genere sul mercato: i produttori dichiarano ai consorzi di aver immesso sul mercato elettrodomestici e “device” elettronici (insomma: lavatrici, computer, telefonini…) cioè prodotti che diventeranno Raee, per 716.835 tonnellate, pari a 11,79 chili pro-capite, contro i 20,79 della Francia, i 17,41 della Germania e i 22,56 della Gran Bretagna. Come se gli italiani fossero parsimoniosi in materia ai confini con l’indigenza. Mentre altri indicatori – dai consumi elettrici alle carte Sim, che circolano in Italia nella misura di oltre 90 milioni di unità, 1,5 per abitante – dimostrano che siamo in linea con gli altri popoli europei, se non sopra. Quindi c’è un “sommerso” elettronico che non viene evidenziato? La deduzione è lecita…

Di tutto il materiale elettronico immesso sul mercato si fa una discreta raccolta, non ancora ottimale: se ne raccoglie infatti il 34,98% contro il 37,87% della Francia, il 40,66% della Germania e il 34,71 dell’Inghilterra. Si può fare di più anche qui, insomma, ma il vero strano “spread”, pari quasi alla metà della “miniera”, è da colmare nella prima fase del ciclo (anzi: del riciclo di questi materiali), che è quella della loro immissione nel sistema.

È una delle tante, impegnative verità emerse a Ravenna alla tavola rotonda su “L’economia circolare in Emilia Romagna: legalità e best practice per o sviluppo del territorio” organizzata da Cobat – Consorzio nazionale raccolta e riciclo, leader nel settore dei rifiuti tecnologici - con Panorama, nel contesto della quattro giorni della tappa ravennate del tour “Panorama d’Italia”.

“Quel che oggi, qui, ci preme manifestare”, sottolinea Michele Zilla, direttore generale di Cobat, “è che ci sono due criticità che creano problemi al sistema. Il primo è appunto la scarsa immissione degli apparati al ciclo del consumo tracciato. Come mai l’Italia, che consuma quanto gli altri Stati, ha questo gap di immissioni? Perché evidentemente non tutti i produttori dichiarano le loro vendite al registro. Questo comporta minori introiti. Non vogliamo parlare solo di ecomafie, il problema va visto olisticamente, nel suo insieme, quindi anche a monte, ma il problema grosso sono i controlli, che evidentemente vanno potenziati. Ma unendo le forze possiamo farcela: e la parola chiave dev’essere: tracciabilità”.

La ricercatrice dell’Università di Bologna – Campus di Ravenna - Serena Righi ha presentato una serie di dati sull’economia circolare e il ciclo di vita dei prodotti di questo settore, evidenziando come, ad esempio, “un cellulare contiene 250 mg di argento e 24 mg di oro… e poi palladio e altri minerali preziosi. Sulla base dell’analisi del ciclo di vita di questi prodotti possiamo riprogettare in modo innovativo sia i prodotti stessi che il loro sistema di uso e smaltimento, progettandoli in un modo che appunto tenga conto di tutte le fasi della loro funzionalità”.

È stata poi la volta di due alti esponenti delle Forze dell’Ordine, cioè Alfonso Scimia, commissario capo del Corpo forestale di Ravenna, e Giuseppe Bennardo, maggiore dei Carabinieri e comandante del Noe di Bologna. “Il nostro obiettivo”, ha detto Scimia, “è innanzitutto quello di tutelare l’ambiente, e anche per questo, prima di arrivare alla fase repressiva è fondamentale la prevenzione: gli operatori economici devono sapere che ci sono sanzioni molto pesanti per loro, se trasgrediscono, ma anche importanti opportunità economiche per chi decide di entrare nell’economia circolare. Del resto, la normativa è attenta a evidenziare come il rifiuto non sia qualcosa di cui liberarsi ma da avviare a riciclo. Il sistema evolverà grazie al mix tra prevenzione e repressione, nel confronto e nella cooperazione tra amministrazioni”.

A monte c’è anche un problema culturale, evidenziato con forza dal maggiore Bennardo: “Dobbiamo cambiare passo sul tema del chi sono i delinquenti ambientali. Ancora oggi passa la vulgata che si tratti di sporcaccioni. No, quelli che buttano via i rifiuti anziché smaltirli per sciatteria e menefreghismo ci sono, ma sono pochi. Di regola, il reato ambientale è un reato-mezzo con cui si persegue un reato-fine, l’arricchimento. Senza abusare della parola ecomafie, dobbiamo focalizzarsi contro quei soggetti e personaggi che hanno capito che dietro i rifiuti c’è possibilità di arricchirsi. Abbiamo scoperto insospettabili flussi di rifiuti in viaggio verso il Sud-Est Asiatico come beni usati. Le ecomafie adottano metodi capillari in questo settore, come per la droga. E allora, ricostruendo in sinergia con l’Agenzia delle dogane questi flussi, si riesce a risalire ai soggetti che truffano e aggirano la legge, speculando sul confine ambiguo tra bene usato e rifiuto. Il decreto 49 ci ha finalmente dato la possibilità di dimostrare, almeno nel settore dei Raee, che un bene dismesso è un rifiuto e va trattato come tale…”

“Quanto al settore specifico delle batterie”, ha detto ancora Bennardo, “il ruolo di Cobat è stato molto importante per raggiungere la situazione attuale, in cui tutto quello che viene movimentato all’interno del “pianeta batteria” non viene più nascosto. Così, se andiamo a fare i controlli all’interno delle strutture degli operatori, dovremmo trovare gli stessi numeri nei registri aziendali di carico e scarico tra prodotti efficienti e i rifiuti. In Emilia Romagna lo facciamo, abbiamo tracciato l’incidenza e le caratteristiche dei centri colpiti dai traffici illeciti, arrivando a intercettare il traffico di batterie esauste pericolose. Dobbiamo e possiamo andare avanti in questa direzione, collaborando tra amministrazioni, cosa fondamentale perché da soli non si combina niente, e in questo senso incontri come questo di oggi sono molto utili”.

Una cooperazione che è sempre stata al centro dell’azione di Cobat, come ha sottolineato nelle sue conclusioni il presidente Giancarlo Morandi, “vendo noi fatto della legalità un punto fermo per noi ma soprattutto per i nostri associati e avendo sempre alimentato un rapporto costante e proficuo con le forze dell’ordine. Oggi tutto questo ci viene riconosciuto e produce costantemente i suoi buoni effetti”.

© Riproduzione Riservata

Commenti