Le imprese si confrontano con la "digital disruption"

Le indicazioni di IBM sulle sfide per le aziende che vogliono brillare in un'epoca in cui il globale intreccia il locale tra internet delle cose e sicurezza

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Maria Cristina Farioli, director of Marketing, Communications & Citizenship, IBM Italia – Credits: Silvia Morara

Marco Morello

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Raccontare le sfide inedite per le imprese che vogliono brillare in un’arena ormai senza confini, in cui il globale intreccia il locale e gli universi di bit hanno assunto un ruolo imprescindibile; descrivere le opportunità spalancate dall’internet delle cose, mercato da 1,55 miliardi di euro solo in Italia e dal potenziale gigantesco: gli oggetti connessi saranno 100 miliardi entro il 2020, in crescita di quasi sette volte rispetto alla quota attuale. Infine, individuare le evoluzioni delle minacce sul fronte della sicurezza e, certo, gli approcci corretti per fronteggiarle al meglio.

In sintesi, fornire una bussola a misura d’azienda per non smarrirsi né sprecare tante nuove occasioni; se non una cassetta degli attrezzi completa, quantomeno una sua infarinatura. Questi i temi principali e gli obiettivi della business session "Dalla trasformazione digitale alla sicurezza nell’era cognitiva»", organizzata mercoledì sera durante la tappa di Ravenna di Panorama d’Italia.

"La “digital disruption” è già tra noi. Il digitale non ha confini, né barriere. I dati stanno trasformando settori industriali e professioni, l’informatica sta entrando in nuova era cognitiva" ha spiegato Maria Cristina Farioli, director of Marketing, Communications & Citizenship di Ibm Italia. Il riferimento va a super computer come Watson, orgoglio dell’azienda americana, cervellone capace di leggere 1 milione di libri in pochi secondi, di analizzare flussi e informazioni sfornando suggerimenti che fanno le veci di schiere di consulenti. Soprattutto, Watson apprende in autonomia. Come noi.

Di più: "Comprende il linguaggio naturale e la comunicazione umana. Impara dalle scelte e dalle risposte di chi lo utilizza e si adatta di conseguenza. Genera e valuta ipotesi. In una parola" sottolinea Farioli "ragiona". Il risultato per chi lo assume? "Si scoprono nuove opportunità, si possono offrire nuovi servizi e raggiungere nuovi pubblici" risponde ancora Farioli.

Vittorio Piccinini, Expert Architect - Internet of Things & Mobile di Ibm Italia, ha mostrato come l’internet delle cose sia qualcosa di molto più concreto di termostati connessi al telefonino che indicano in tempo reale la temperatura di una stanza o altre applicazioni troppo tagliate per l’uso domestico e comunque rinunciabili. Ha svelato come queste tecnologie possano riscrivere le regole della produzione, ottimizzare i processi e ridurre i costi. Generando dunque ricadute positive sui conti delle aziende. "Sono nuovi abilitatori" ha evidenziato Piccinini "in grado di fornire capacità alle imprese che prima non erano nemmeno pensabili".

Andrea Rossi, WW Sales Leader - Identity Governance di Ibm Italia, ha stretto invece il ragionamento sulla cyber security. "I furti fisici" ha raccontato Rossi "sono stati sostituiti da quelli digitali. Gli assalti ai furgoni portavalori, le rapine con fucile, sono stati soppiantati da strumenti virtuali parecchio più dannosi. Ecco perché è cambiato il modo di difendersi". Processo che richiede innanzitutto di individuare chi sono i propri nemici, dove si annidano le minacce. A volte, all’interno dell’azienda stessa, in addetti che passano all’esterno informazioni sensibili. Individuare i metodi per riconoscerli e arginarli è il primo passo per neutralizzarne l’offensiva.

La business session è stata seguita da una "ceo dinner", una cena con i dirigenti delle aziende che hanno partecipato alla serata. Organizzata presso il ristorante Alexander, ricavato nei suggestivi locali di un ex cinema, ha dato l’occasione di approfondire i temi sviluppati durante l’incontro. Gli ospiti hanno ascoltato esempi pratici di impieghi di Watson e casi illustri di realtà internazionali che già hanno inserito con profitto l’internet delle cose nei loro processi produttivi. D’altronde, non esiste innovazione senza cambiamento.

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