Luciano Lombardi

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Dopo il prologo di ieri, che ha avuto il suo momento focale nell'intervista del direttore di Panorama Giorgio Mulè al ministro delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali Maurizio Martina, la terza tappa di Panorama d'Italia giunge alla sua seconda giornata di lavori, con l'evento dedicato all'economia della città ospitante.

"L'Italia riparte da Perugia" è il titolo impegnativo - che è anche un desiderio - della tavola rotonda, e l'incipit di Mulè parte proprio da questo assunto: "L'Italia deve ripartire anche da qui, come da tutto quel tessuto fatto di città di dimensioni piccole e medie".

E a quanto pare, la città - nel suo piccolo - un primo contributo lo ha dato in questi primi mesi dell'anno, con un incremento nella nascita di nuove imprese della provincia che si avvicina al 10% rispetto allo stesso periodo del 2015


Ma non è tutto oro... "Certo, Perugia è bellissima, tutta l'Umbria è bellissima, ma non possiamo ignorare che per ciò che riguarda la ricchezza prodotta, la nostra Regione è agli ultimi posti nazionali", sottolinea Ernesto Cesaretti, presidente Confidustria dell'Umbria. Il 95% delle nostre aziende ha dimensioni limitate a circa 10 dipendenti, dimensioni che oggi, in un contesto globalizzato, non permettono di essere competitivi. E poi c'è stata la crisi, che ha letteralmente messo in ginocchio parecchi settori industriali, quello dell'edilizia e delle costruzioni su tutti".

Inevitabilmente, la palla passa a Carlo Colaiacovo, ad di Colacem, uno dei top player nazionali nel settore della produzione di cemento e calcestruzzi: "La crisi del nostro Paese è variegata, con settori che soffrono di più e altri che soffrono di meno, ma la cosa più importante da prendere in considerazione è che la macchina produttiva nel campo delle costruzioni si è fermata".

Dati alla mano, Colaiacovo, illustra il calo della produzione di cemento in Italia, tornata a valori precedenti al dopoguerra (19 milioni di tonnellate a fronte dei 46 del 2005) quando, peraltro, le capacità produttive delle aziende del comparto erano di molto a inferiori a quelle di oggi.

Lo spaccato descritto da Cesaretti e Colaiacovo stride però con le altissime eccellenze, nel tessile, nell'agroalimentare, nella meccanica di qualità, "basti pensare che in Umbria - caso unico nazionale - si può costruire un aereo da cima a fondo", ricorda con una punta di orgoglio il presidente degli industriali.

Sulla stessa linea di pensiero, Carlo Andrea Bollino, ordinario di Microeconomia all'Università degli Studi di Perugia. "Qui c'è stato un grande pezzo del Rinascimento italiano, e possiamo lavorare perché ce ne sia uno nuovo, che parte dal sapere e dalla conoscenza, e lo possiamo fare grazie alla cultura, all'innovazione del sistema industriale e al gusto di farla, alle tecnologie e al patrimonio dei giovani".

"Che fare quindi per risollevare la situazione?", domanda Mulè. Dovremmo fare qualcosa di serio nel campo dei trasporti, perché il nostro è un territorio di fatto isolato, collegato male al resto d'Italia", replica Cesaretti, a cui fa eco nuovamente Colaiacovo, che chiude il suo intervento con un invito alle istituzioni a investire per creare il contesto ideale per far sì che le suddette eccellenze - alle quali va aggiunto il comparto turistico - siano circondate dal terreno fertile perché possano germogliare in maniera sana e dare i migliori frutti possibili".

"Si tratta quindi, innanzitutto, di costruire strade, ma non sarebbe anche il caso di fare qualcosa per le autostrade dell'informazione e della conoscenza grazie alla Rete?", si chiede ancora Mulè. "Assolutamente sì - replica Bollino - se le istituzioni lo aiutano, questo territorio può ripartire.

La tecnologia, dunque, e la parola passa inevitabilmente a Maria Cristina Farioli. Parte da un concetto importante la director of Marketing Communications & Citizenship di Ibm Italia: "Ciascuno di noi produce all'anno un milione di gigabyte di dati, una massa enorme, e la tecnologia digitale è l'unico strumento in grado di trasformarla in una nuova conoscenza e in un valore per l'individuo e per la comunità. Si pensi alla mobilità, con la condivisione delle informazioni sul traffico, o al settore medico, con la ricchezza di informazioni - anch'esse condivise - per effettuare diagnosi, o per le aziende, che possono conoscere meglio i loro clienti e orientare di conseguenza le proprie decisioni di business.

Tutto ciò, tradotto in un contesto profondamente local qual è quello perugino e della regione umbra in generale, può rappresentare un valido driver per la trasformazione delle aziende, che in questo modo possono cominciare a pensare di più su scala globale.



E di globalizzazione e internazionalizzazione parla anche Giovanni Paciullo, rettore dell'Università per stranieri di Perugia. "Nel '92 diventiamo un ateneo a tutti gli effetti e in una città che ha dato i natali al Rinascimento italiano e che oggi si fa protagonista di una nuova rinascita, che parte dalla cultura e si estende poi fino a tutti gli altri settori".

La chiamata in causa delle istituzioni pubbliche risulta a questo punto pressoché obbligata, e tocca quindi a Michele Fioroni, assessore marketing territoriale del Comune di Perugia, fare un po' di chiarezza e, perché no, portare un po' di ottimismo sul futuro della città e della regione: "Se è vero che siamo un territorio 'fisicamente' chiuso e che, dopo aver contribuito a ospitare le radici della civiltà etrusca, romana, medioevale e rinascimentale, ci siamo cullati sulla nostra stessa bellezza, è altrettanto evidente che non siamo stati in grado di reggere e assecondare i cambiamenti economici, di compensare la deindustrializzazione dei settori manifatturieri tradizionali con nuovi contenuti, abbracciando i business del futuro. Ma la svolta è imminente, del resto siamo anche un popolo cosmopolita e inconsapevolmente recettivo alle contaminazioni e tutto ciò, quando - come abbiamo in programma - diventeremo la città più cablata e più veloce d'Italia, la lentezza dei trasporti fisici potrà essere soppiantata dalla velocità di connessione digitale, uno dei fattori più importanti nella nuova economia".

Tutto molto interessante e verosimile, ma in chiusura del dibattito c'è chi, come Cesaretti che è più realista del re e riporta nuovamente tutti con i piedi per terra con la sua visione meno rosea, suppure intrisa di speranza e di qualche ricetta pronta all'uso: "È vero che siamo un territorio naturalmente recettivo, ma non possiamo non dimenticare l'importanza, negli ultimi anni trascurata, di continuare a investire nella ricerca, porre come obiettivo l'incremento dei brevetti, lavorare affinché il numero degli addetti nelle nuove tecnologie arrivi in tempi brevi al raddoppio, riallacciare i rapporti tra il mondo della scuola e quello del lavoro, che negli ultimi 20 anni si sono interrotti".

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