Sergio Luciano

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“Attenti a non farvi Uberizzare”: è una buona inventrice di neologismi, Maria Cristina Farioli, capo del marketing e della comunicazione (oltre che di un’altra attività dal nome americano molto complesso di “corporate citizens” che poi significa responsabilità come cittadini) di Ibm Italia.

E “uberizzare” è la parola-babau che sceglie, giustamente, per sensibilizzare l’attentissima platea di imprenditori e manager riuniti da Ibm e Panorama a Padova per un workshop riservato, a inviti, nella prima serata di “Panorama d’Italia”.

Essere “uberizzati”, spiega in sostanza la Farioli, significa essere aggrediti da un concorrente che non t’aspetti, che non conosci. Dall’oggi al domani. Un pericolo nuovo, per le imprese, nell’era digitale: che rende possibili “disruption” fino a ieri neanche immaginabili.

C’è chi gioca d’anticipo, per difendersi, ed è il caso di Car2go, un’iniziativa del gruppo Mercedes che ha deciso di cavalcare senza panico la “sharing economy” che sta iniziando a insidiare il mercato tradizionale dell’automobile, proponendo con sempre più forza di persuasione (e convenienza economica) il modello del noleggio a consumo dell’auto, quando serve e dove serve, contro la vecchia logica dell’acquisto di un bene semidurevole.

In realtà, questi incontri tra le “teste d’uovo” della tecnologia di Ibm – con la Farioli, a Padova sono scesi in campo un guru dell’Internet delle cose, Massimo Zocche, e un mago della cyber-security, Ivano Mantovani – sono momenti speciali, a metà tra il seminario tecnico e la sessione di autocoscienza, dove qualcuno fa apostolato culturale e qualcun altro è lì, tra il timoroso e l’affascinato, per capire come, quando, a quali condizioni e a che prezzo potrebbe fare quel “saldo di qualità” digitale che sa di dove compiere ma non sa assolutamente, o appena inizia a sapere, in che modo…

“L’era digitale significa aver cambiato tutti i nostri paradigmi”, spiega Farioli. “Per esempio, oggi un’automobile è anche e soprattutto un insieme di 100 milioni di codici informatici. In un aereo Boeing 787 ce ne sono meno, 14 milioni (pensavamo tutti di più, ndr), in un pacemaker ci sono 80 mila codici. Quindi questi oggetti prima od oltre ad essere meccanismi, strutture fisiche, hardware, insomma, sono oggetti programmati”. Che, con l’avvento dell’Internet delle cose, sono anche oggetti connessi, l’un l’altro e tutti con la Rete.“Calcoliamo che nel 2020 gli oggetti connessi in Rete nel mondo saranno 9 miliardi, quindi più della popolazione”, spiega la manager, “e che i dati scambiati saranno pari a 44 Zbyte, una misura che si indica allineando ventuno zeri dopo le prime due cifre…”.

Vertigine: significa affacciarsi su un modo, e un mondo, completamente nuovi in cui inserirsi con i propri prodotti, il proprio know-how, la propria clientela, a prescindere dal settore di attività: vino, moda, automobili.
E per non lasciare nulla di importante al margine, Cristina Farioli accende un altro faro: sul cognitive computing, una delle aree in cui “Big Blue” – nomignolo storico dell’Ibm in Borsa – eccelle nel mondo, con i suoi 7355 brevetti del 2015, record mondiale che si ripete senza rivali da ventitré anni.

Ebbene, oggi il cognitive computing di Ibm – nome in codice, Watson, non per alludere all’assistente di Sherlock Holmes (che troppo cognitivo non era) ma al fondatore dell’azienda – è un megasistema di calcolo, fruibile in cloud naturalmente, che ne sa molto ma molto di più di un uomo praticamente su tutto, che apprende da solo lavorando, che parla correntemente tre lingue (inglese, spagnolo e giapponese) comprendendole dal linguaggio parlato, che “legge” in 3 secondi la stessa quantità di documenti scientifici che un bravo medico riesce a studiare nel corso di un intero anno, ed è dunque quanto di più vicino esista oggi nel mondo al mito del “Grande Fratello”.

Questa enorme capacità di intelligenza artificiale è, oggi, già un servizio disponibile per chiunque, da San Donà di Piave a Piana degli Albanesi, attraverso il Cloud: il difficile è capire a cosa può servire, o meglio, come rivolgersi a Watson impostando le domande giuste sul proprio business, affinchè le risposte del cervellone possano essere le più risolutive possibile.

Qualche indicazione pratica, confortante, la fornisce al riguardo, a Padova, Massimo Zocche: “Con l’Internet delle cose possiamo innanzitutto innovare profondamente i nostri processi aziendali”, spiega, “dalla produzione all’after-sales. Possiamo rinnovare e potenziare esponenzialmente le capacità operative dei prodotti stessi, dotandoli di sensori che interagiscano con noi o con l’ambiente; e naturalmente imitando la Mercedes nel caso Car2go, cioè trasformando i propri prodotti in servizi, con evidenti opportunità di business nuove”.

Il tutto, però, non è privo di rischi, più che di controindicazioni: ovvero, tanta capillare presenza in Rete comporta il pericolo del cyber-crime, un business che  - secondo le stime più avanzate – ha già raggiunto livelli stratosferici: “Si calcola”, spiega Mantovani, “che i profitti della criminalità organizzata in questo senso abbiamo già raggiunto, nel 2014, i 400 miliardi di dollari”.

Uno sproposito, impensabile, eppure vero. L’altro pericolo, che segnala Mantovani, è ciò che gli ingegneri definiscono “skill shortage”, cioè la carenza sul mercato delle competenze necessarie a cavalcare tanta velocissima innovazione: una previsione che suona, insieme, come un monito per gli imprenditori che dovranno prevenire questo deficit, ma anche un eccitante stimolo ai giovani che sono ancora in tempo per impadronirsi, studiando, delle competenze necessarie ad essere, tra breve, professionisti gettonatissimi dal mercato del lavoro.

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