Luciano Lombardi

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Fare start-up all'arrembante maniera americana o a quella più misurata del Vecchio Continente? È stato questo il motivo conduttore della tavola rotonda moderata dalla giornalista del TG1 Barbara Carfagna nel secondo appuntamento della mattinata dedicata all'innovazione e al fare impresa ai giorni nostri.

Usa vs Europa

Tra i relatori, a supportare le tesi di coloro che propendono per un modello più vicino a quello europeo (dove la nascita e la crescita di una start-up non sono strettamente finalizzate all'exit, cioè a essere acquisite o inglobate da un soggetto di più grandi dimensioni), c'era innanzitutto Gianni Potti di Digital Magics, che il fenomento preferisce descriverlo in maniera inusuale già a partire dall'etichetta "di riconoscimento": "A me piace parlare di piccole imprese innovative, e mi piace considerarle come degli oggetti collegati con il mondo del manifatturiero, più che delle cellule autonome che vivono nell'attesa (o nel miraggio) di essere sottoposte all'exit".

"Il problema qui - interviene Barbara Carfagna - non è che forse manca la consapevolezza, da parte del manifatturiero, dell'importanza di innovare?"

"Certamente sì - replica Potti - e dal mio punto di vista, quello che dovrebbe accadere è proprio che le "cosiddette" start-up assumano un ruolo di fondamentale importanza nel portare in aziende che già hanno una presenza sul mercato una rinnovata consapevolezza dell'importanza della ricerca e dell'innovazione, e non soltanto un ruolo attivo nella reingegnerizzazione dei processi produttivi".

In attesa che anche l'Italia arrivi a varare il Piano della fabbrica 4.0, Digital Magics si porta avanti e spinge su una logica sempre più in voga, il co-working, che ha nella formazione mirata e nell'incubazione del business i suoi principali oggetti di pregio.

Innovatori, unitevi

La parola passa quindi inevitabilmente a Jacopo Pertile di Talent Garden Padova, una delle costole venete del più importante network di co-working in Europa, protagonista di una crescita dalle dimensioni sempre più importanti. "Vogliamo creare un ecosistema di innovatori e le 16 attuali sedi diverranno 56 nel giro di un paio d'anni".

Il ponte dei miracoli

Sull'altro fronte del tema centrale del workshop, con un collegamento telefonico dagli Stati Uniti, Fernando Napolitano, presidente e Ceo di IB&II: "Sì, il modello di start-up in cui crediamo è quello dell'impresa che viene inglobata. Dobbiamo insegnare ai giovani che l'impresa dev'essere basata in italia ma deve avere un ponte in grado di portarla oltreoceano, che poi altro non è che il modello che ha fatto la fortuna di Israele, la start-up nation. Di conseguenza, la nostra missione è soprattutto questa e con i nostri due  programmi le 37 start-up a cui abbiamo dato i natali hanno attirato dagli Usa 500 milioni di euro".

La presenza dello Stato

Nell'elenco dei partner di IB&II spicca Invitalia, l'agenzia italiana per l'attrazione degli investimenti e per lo sviluppo d'impresa. A rappresentarla c'è Bernardo Mattarella, direttore Incentivi e Innovazione: "Siamo la dimostrazione vivente che, al contrario di quello che spesso viene riportato, lo Stato si muove eccome nel campo delle imprese innovative. In particolare, noi offriamo Smart&Start Italia, un incentivo finanziario riservato alle imprese innovative, finalizzato al sostegno degli investimenti e dei costi di gestione per programmi fino a un milione e mezzo di euro.

Fino a ora, le iniziative approvate sono state ben 679. Il secondo strumento è un fondo di venture capital, che si differenzia da molti altri suoi simili perché contiene una regola fondamentale: se non c'è un coinvestitore privato, non c'è l'investimento del fondo".

Da studenti a imprenditori

Gli Stati Uniti rimangono protagonisti del dibattito anche nell'altro intervento da remoto, quello di Danilo Iervolino, presidente dell'Università Telematica Pegaso, in diretta via Skype: "Le grandi start-up americane sono nate nella pancia delle università, che quindi deve cominciare a funzionare davvero anche nella veste di incubatore". 

Il nuovo progetto di Pegaso, Universitas Mercatorum, va proprio in questa direzione, combinando l'insegnamento e la formazione con la fornitura concreta agli studenti di tutti gli skill necessari a trasformarli in imprenditori pronti ad affrontare il mercato, e con l'attivazione di tutta quella serie di partership necessarie ad avviare i processi per diventare impresa. 

L'importanza della conoscenza

Uno che i due mondi appena evocati da Iervolino li conosce molto bene è Ruggero Frezza di M31, un ingegnere e (ex) docente dell'Università di Padova che a 46 anni decide di lasciare la sicurezza del posto fisso da accademico per dedicarsi alla creazione d'impresa: "Nella mia precedente vita ho toccato con mano l'incredibile valore che ogni giorno si crea in università.

Avevo studenti molto bravi che il più delle volte non trovavano lavoro adeguato alle loro capacità. Ho fondato nuove realtà aziedali, molto diverse tra di loro, ma accomunate dal fatto di utilizzare tecnologie nate nei laboratori in cui insegnavo.

La conoscenza, il valore delle persone, è la vera perla dell'impresa, ma si tratta di un bene non sempre capitalizzabile visto che non posso andare in banca e dare in garanzia l'idea di una persona per ottenere il denaro necessario a far partire un'impresa attorno a quell'idea".

Anche Giuseppe Ravasi, nel suo ruolo di responsabile delle attività di Ibm Italia legate alle start-up, con il mondo delle università ha frequenti e approfonditi contatti e crede fermamente nella crucialità del ruolo della ricerca e dello sviluppo dell'innovazione da parte delle aziende: "Ibm investe 6 miliardi di dollari all'anno in R&D. E non solo in quella che riguarda i suoi prodotti.

Tra i dipendenti ibm ci sono 14.000 ricercatori e per il 25esimo anno consecutivo è l'azienda leader nei brevetti, più di 20 al giorno. Il grande rischio che vediamo oggi è che l'università e la formazione in generale non siano in grado di orientare gli studenti e dare loro le competenze specifiche in quei settori dove la richiesta di professionalità è alta e nel campo dell'IT vale la pena citare, per esempio, quelli dell'Internet of things, dell'analisi e dell'interpretazione dei dati, e del cognitive computing".

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