Chiara Raiola

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È una Franca Valeri giovane, in un filmato del 1963, ad introdurre il pubblico alla lezione di Massimiliano Locatelli sul design nello spazio dedicato ai tesori nascosti dedicato da Panorama d’Italia alla città di Milano: "Via Montenapoleone è una stradina di razza dove trovi francobolli rari, gioielli costosissimi, cibi straordinari. Andando verso il Duomo, tutto peggiora".

Ed è stata questa la chiave di lettura che Locatelli ha usato per il suo racconto: "Il valore del progetto e della ricerca, che ha reso famosa questa città in tutto il mondo e dove sono stati realizzati oggetti che hanno fatto la storia del design, deve essere conservato. Il mio timore è che l’evoluzione della società, invece, vada in senso opposto”. E che la rivoluzione di Vico Magistretti o di Giò Ponti venga surclassata dai prodotti a basso costo fatti di pura imitazione.

 

Il contesto urbano
Locatelli, che ha il suo studio di progettazione nella Chiesa di San Paolo Converso, un gioiello barocco nel cuore di Milano - (“quando mi è stata offerta questa possibilità ho preso tempo, mi sono spaventato un po’, è stato difficile ottenere i permessi, ma poi tutto è andato bene”) - lamenta che negli ultimi anni le nuove costruzioni realizzate a Milano sono state fatte da architetti stranieri “che non hanno mai interagito con la città”.

Passa quindi in rassegna una serie di edifici firmati da architetti italiani negli anni Venti, negli anni Trenta e nel secondo dopoguerra perfettamente integrati nel tessuto urbano. E sottolinea l’abilità della manifattura brianzola che ha contribuito a rendere il made in Italy un marchio di qualità.

“Il suo massimo splendore Milano lo ha vissuto tra il secondo dopoguerra e gli anni Settanta. Il valore della progettualità e della ricerca ha reso speciale la città. Eppure le 20 più grandi aziende di design italiano fatturano tanto quanto Prada. La gente fa più fatica a spendere soldi per una bella sedia piuttosto che una bella giacca”.

Oggetti eccezionali... senza firma
Milano resta la sede più importante del design anche grazie al Salone del mobile e al Compasso d’oro. Ma ci sono tanti oggetti che non hanno preso premi, di design anonimo, che fanno parte della nostra quotidianità. Vico Magistretti diceva “avrei voluto inventare l’ombrello. È un oggetto trasversale, straordinario. E così è la bic, la penna perfetta, l’imbuto, la caffettiera, il cavatappi, il metro della sartoria. Non serve a volte una firma per rendere un oggetto eccezionale, ma il buonsenso e l’eleganza”.

Nel secondo dopoguerra gli oggetti di uso quotidiano diventarono più belli. Mari da comunista ha reso il design alla portata di tutti firmando il posacenere, la formaggiera, una scatola di giochi per bambini. Anche Bruno Munari realizzò oggetti straordinari come il posacenere a cubo e poi c’è la sedia superleggera di Giò Ponti, il telefono “Grillo” di Zanuso, padre dei vecchi cellulari progettato nei primi anni ’60. E poi Castiglioni e il suo posacenere con la molla, la lampadina che si fa ”grande” e viene messa in produzione da Flos.

“Quando vediamo questi oggetti - conclude Locatelli - capiamo il valore del progetto che c’è dietro. Questa è la Milano del design e dell’innovazone. Non vorrei che tutta questa nostra storia venisse dimenticata. Bisogna continuare in questa direzione”.

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