Antonio Carnevale

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La consueta folla che segue Vittorio Sgarbi negli incontri d’arte di Panorama d’Italia si accalca pure all’ingresso del teatro San Babila di Milano. Lectio magistralis: “I capolavori del Rinascimento lombardo”. Sgarbi illustra i capisaldi di una cultura visiva che si è diffusa in tutta la regione.


"Siamo in quel Rinascimento che grazie agli studi di Roberto Longhi ha cominciato a rivaleggiare in popolarità con quello toscano". Che cosa succedeva in Lombardia mentre Firenze celebrava Michelangelo? Si comincia un po’ più indietro: con Giovannino de' Grassi, "finissimo testimone di una sensibilità gotica-internazionale in terra milanese". La sua grazia cortese è in controluce negli affreschi di Masolino da Panicale, nel battistero di Castiglione Olona, con le storie di Salomé, "traccia di un sapore toscano in terra lombarda che riecheggia nel meraviglioso racconto per immagini dei fratelli Zavattari nella Cappella di Teodolinda del duomo di Monza".

Siamo ancora agli albori. Il discorso procede in parallelo con i testi fondanti della cultura letteraria dell’epoca. Un Rinascimento "più carnale" si affaccia con le opere di Bonifacio Bembo, presente a Brera con il "solido e meraviglioso dittico che raffigura Francesco Sforza e Bianca Maria Visconti". E finalmente Vincenzo Foppa. È  nella cappella Portinari, in Stant’Eustorgio, sottolinea Sgarbi, che matura "il pieno gusto lombardo dell’epoca". Invenzione, forza, solidità, "gli affreschi di Foppa sono il corrispettivo lombardo della pittura di Mantenga; rivaleggiano con il senso dello spazio di Paolo Uccello, con la prospettiva di Piero della Francesca".

Sullo schermo alle spalle di Sgarbi scorrono gli esempi di un gusto che muta e si esprime in panneggi, paesaggi, volumetria dei corpi. La grammatica pittorica straborda nella scultura con "la sublime meraviglia nei rilievi di Antonio Mantegazza", oggi Castello Sforzesco: "un’originalità espressiva che è difficile trovare persino in Michelangelo". Al Castello c’è pure Giovanni Antonio Amadeo "espressionista più di Picasso".

La diretta streaming su Facebook dell'incontro con Vittorio Sgarbi:

Sgarbi pattina sulla storia tra arte e lettere, tra Ariosto e Pasolini, tra Bembo e Vasari. Ma nemmeno il Rinascimento ha un tempo lineare. La nostalgia del gotico compare nel fondo oro di Matteo de Fedeli mentre irrompono "geni assoluti" come Zanetto Bugatto e Bramantino. Di quest’ultimo è la Madonna delle torr” dell’ambrosiana: "superbo saggio di un pittore che ha commercio con il puro pensiero quasi più di Leonardo; capace di rappresentare il demonio nelle fattezze di un rospo rovesciato come nemmeno Bosch avrebbe potuto fare". Il 400 si chiude.

A Milano arriva Leonardo con “L’ultima cena”. "La psicologia fa il suo ingresso nella pittura". E ci si avvia al 500 con il gusto leonardesco che continua in Andrea Solario e negli gli affreschi luineschi di San Maurizio al Monastero Maggiore, "chiesa che i milanesi stanno forse imparando a riscoprire dopo lo straordinario e recente restauro". Lì c’è pure Peterzano, che fu maestro milanese di Caravggio. Pausa. Sul grande schermo compare “Il riposo durante la fuga in Egitto”. Che cosa c’entra con il Rinascimento a Milano? È forse un dipinto del periodo milanese di Merisi? La domanda è oggi senza risposta. Le congetture si sprecano. Ma è tardi. Siamo già al 1598. "Caravaggio comincia un linguaggio nuovo. E il Rinascimento finisce".

Due secoli d’arte sono volati in due ore d’immagini e parole. Non è volata una mosca. Sgarbi tace. Applausi.

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