Milano

Il mondo visto da Ken Follett: l'intervista di Giorgio Mulè

Lo scrittore ha scelto la tappa milanese del tour "Panorama d'Italia" per parlare del suo nuovo libro. Ma anche di Trump, Brexit e Bob Dylan

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Giorgio Mulè

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Camicia candida, gemelli ai polsi, cravatta regimental, sguardo fiero. Quando si affaccia sul palco del teatro San Babila di Milano, Ken Follett sembra più un capitano d'industria che uno scrittore. Del resto, Mr. Best-seller è una specie di multinazionale della narrativa. Con oltre 150 milioni di copie vendute nel mondo. E pronto ad assoldare una task force di esperti per scovare eventuali incongruenze storiche nei suoi romanzi. Ma quando l'autore attacca a parlare, la passione civile irrompe, scalda i toni, si mescola alle idee letterarie. E non fa sconti a nessuno: né a Donald Trump (uno "stupido, avido e xenofobo") né a se stesso: un laburista carico di preoccupazioni sul futuro di una società globalizzata. Di letteratura e anche molto di politica, infatti, ha parlato lo scrittore il 16 ottobre scorso, protagonista della giornata inaugurale nella tappa milanese del tour "Panorama d'Italia".

Intervistato dal direttore di Panorama, Giorgio Mulè, in un teatro gremito, Follett ha parlato per la prima volta in Italia del suo prossimo libro, A Column of fire, che uscirà il 12 settembre 2017. E ha ribadito come le battaglie per i diritti civili attraversino i suoi romanzi. Compreso quello in arrivo.

- QUI il racconto dell'incontro del direttore di Panorama Giorgio Mulè con Ken Folett

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Mister Follett, qual è il tema sociale che la preoccupa di più?

La questione razziale è quella che oggi ho più a cuore, perché mi riguarda anche direttamente. Quando ho iniziato la mia carriera di scrittore, ero molto coinvolto dalla guerra in Vietnam. È a partire da quel conflitto che mi sono avvicinato alla politica. Come milioni di ragazzi della mia generazione, negli anni Sessanta mi ero reso conto che in quella guerra eravamo i cattivi, non gli eroi. E quella presa di coscienza ha scatenato in me una rabbia profonda. Mentre scrivevo I giorni dell'eternità, nel 2014, invece, il mondo era cambiato: si era trasformata la società come pure la mia vita. Oggi la mia famiglia non è più quella di sole persone bianche nella quale sono cresciuto: si è allargata, è diventata multicolore, con tre nipoti cinesi, una nuora indiana, due nipotini afro-americani. Per questo motivo ho messo l'accento sulla lotta per i diritti civili anche nel documentario On the trail of history, dove ripercorro alcuni luoghi del mio ultimo romanzo I giorni dell'eternità.

A proposito di diritti civili, in un suo tweet del 4 settembre, lei ha definito Donald Trump "stupido, avido e xenofobo", aggiungendo "Trump è un Ferengi!" ovvero un alieno, un umanoide come i mostri nei film di Star Trek. Non ha cambiato idea nel frattempo, immagino...

Certo che no! La situazione è soltanto peggiorata. Lei ha sempre dichiarato di essere dalla parte dei laburisti.

Qualche critico ha notato che nella sua Trilogia del secolo i personaggi positivi si identificano sempre con le idee di centrosinistra...

Quando ho iniziato a scriverla, non volevo che le mie idee comparissero sotto forma di pregiudizi. Ovviamente non potevo mostrare quelli di sinistra come forti, belli e nobili mentre descrivevo quelli di destra come brutti e stupidi. Nessuno mi avrebbe preso sul serio. Ed è per questo che ho affidato ai conservatori alcune delle battute più convincenti. È il caso di un personaggio ormai arrivato a una certa età che dice: "Noi conservatori avevamo ragione nei confronti del comunismo: avevamo detto che non avrebbe mai funzionato, e così è stato". Come dargli torto?

Nel libro La caduta dei giganti compare la seguente frase: "Il laburismo non vuole la rivoluzione, perché l'hanno già provata altri popoli e abbiamo visto che non funziona. Però vuole un cambiamento, e subito". A distanza di un secolo, in che cosa dovrebbe consistere un cambiamento della società?

In un'idea inclusiva di globalizzazione. Ma oggi c'è un gruppo molto folto di persone che non accetta il cambiamento in corso. Nel Regno Unito queste persone non vogliono far parte dell'Europa, non vogliono gli immigrati, e hanno determinato la Brexit, una decisione che mi ha fatto inorridire. Io continuo a sperare che in futuro si possa avviare una nuova riflessione per far tornare il Regno Unito nell'Unione europea.

Negli Usa stiamo vedendo la rappresentazione di questo scontro tra inclusione e chiusura delle frontiere, alimentato da chi vota per Trump...

Certo, e la cosa mi preoccupa. Purtroppo questo fenomeno non riguarda soltanto Stati Uniti e Gran Bretagna. Ci sono molti Paesi caratterizzati da questo tipo di spaccatura. Ovviamente, tutti gli individui hanno il diritto di essere ascoltati. Non possiamo ignorare le opinioni altrui per il solo fatto che a noi non piacciono. Ma la realtà è che questo scontro, pur legittimato dalla democrazia, sta portando a uno stato di conflitto inquietante.

Martin Luther King, al funerale di quattro ragazze assassinate a Birmingham, anziché abbandonarsi alla rabbia (legittima) della comunità afroamericana, disse: "Non dobbiamo smettere di amare i nostri fratelli bianchi". È un insegnamento che vale anche oggi, di fronte ai terribili attentati di matrice islamica?

Dobbiamo continuare a sostenere che il mondo sarà un posto migliore soltanto se saremo pronti ad accogliere gli estranei. E dobbiamo farlo ancora con più forza nel momento in cui sorgono campagne infami come quella portata avanti da Trump, il quale dice candidamente che non c'è nulla di male nell'odiare gli altri.

Il suo nuovo libro avrà al centro proprio le guerre per la libertà religiosa. È così?

Sì. Ho ancora del lavoro da fare, e ne avrò per almeno sei settimane. Ma l'uscita in Gran Bretagna è prevista per il 12 settembre 2017 (uscirà poi in Italia per Mondadori, QUI le cose da sapere, ndr). S'intitolerà A Column of fire. Sarà il terzo volume della Trilogia di Kingsbridge, aperta nel 1989 da I pilastri della Terra e ambientato nella città immaginaria di Kingsbridge, appunto, al tempo della costruzione di una cattedrale gotica.

Quale sarà la cornice storica del nuovo capitolo di questa trilogia?

Sarà ambientato nel XVI secolo, quando la regina Elisabetta I d'Inghilterra era il nemico numero uno in Europa. Tutti volevano ucciderla. A partire dal re di Francia, passando per il re di Spagna e persino il Papa. Nacque allora il primo servizio segreto con l'obiettivo di proteggerla. E la cosa funzionò. Dopo molti arresti e torture ai danni di chi voleva farla fuori, Elisabetta I morì a 69 anni: nel suo letto. Quello inaugurato col suo regno, dunque, non è stato soltanto il primo servizio segreto della storia: è stato anche un organismo di grandissimo successo, la formula ideale, insomma, per un romanzo storico con protagonista una specie di James Bond ante litteram, assoldato per proteggere la regina. In generale, trattando della guerra tra cattolici e protestanti, il romanzo riguarda molto la libertà religiosa.

Elisabetta I d'Inghilterra era una paladina della tolleranza...

Prima di essere incoronata, aveva detto: "Se diventerò regina, farò in modo che nessuno possa morire per via della religione che professa". Un tema che mi sembra molto attuale.

Il New York Times ha paragonato i suoi romanzi a quelli di Tolstoj...

Guerra e pace è il primo romanzo storico dove le battaglie sono raccontate con rigorosa fedeltà storica, ma attraverso le emozioni di personaggi inventati. Credo sia questo il senso dell'accostamento. Per il resto, tra me e Tolstoj ci sono evidenti differenze. Nessuno scrittore, nemmeno il sottoscritto, ha mai espresso l'intensità delle emozioni come ha saputo fare lui.

Che cosa pensa del Nobel per la letteratura conferito a Bob Dylan?

Mi ha sorpreso, e mi ha fatto piacere. Del resto, anch'io da ragazzo suonavo la chitarra e portavo un cappello simile: le ragazze apprezzavano molto!

Un'ultima domanda. John Lewis, paladino dei diritti civili, le ha dedicato il motto "Keep your rise on the prize": tieni gli occhi sulla meta. Basta questo per vincere le grandi e piccole battaglie?

Forse non basta, ma è l'unica cosa che possiamo fare.

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