Mantova

Mantova bella e tradita

La città, oggi territorio disordinato, violentato dal traffico e dall'inquinamento, resta un palcoscenico dal fascino straordinario di capolavori artistici

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Guido Vigna

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Giornalista, scrittore e profondo conoscitore della storia di Mantova, Guido Vigna ha dedicato alla città dei Gonzaga più di un libro, l'ultimo uscito si intitola Storia di Mantova, edito da Marsiglio.

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A chi arriva dal ponte di San Giorgio, sbucando dall'abbraccio lungo chilometri di bestemmie e sguaiaterie urbanistiche, Mantova appare come una visione, come un sogno, come una fantasia. Come una pittura perfetta del Rinascimento, neppure screziata, talvolta, da qualche gru che s'è infiltrata.

Spiccano nel quadro che piomba davanti agli occhi un castello, una cupola, campanili, torri, loggiati: è il Rinascimento che prende forma in tanti suoi brani, nei suoi colori antichi, un'allusione se la nebbia, minuti cristalli d'acqua, è scattata dai laghi che incombono, un presepe quando, di notte, i fari squarciano il buio, un abbaglio se il sole si abbatte sul rosario di pietre.

Potete girare il mondo, ma un profilo così bello non riuscirete a trovarlo come dice Gianni Amelio, un grande regista che di profili se ne intende; talmente bello da eccitare il dubbio che non sia vero. Un sogno, appunto.

E se ci si insinua, succede, di insistere nel sospetto di essere in un sogno. Perché, superata la straordinaria pittura del profilo che più bello al mondo non c'è, si è, quasi subito, storditi dalla fastosa solennità di piazza Sordello, uno sterminato ciottolato, e mi piace pensare che ci sia più storia in ognuno dei suoi sassi, qualcuno lì forse da un millennio, che in tutta New York; da esso si staccano i palazzi monumenti del potere di ieri: Bonacolsi, i primi signori di Mantova, Ducale, la reggia dei Gonzaga, del vescovo.

Ho cominciato a comprendere, subito preso dall'innamoramento, questo profilo, che il tempo ha voluto perfetto, al mio primo ritorno in una vita di vagabondaggi da una città all'altra perché Mantova è sempre stata avara di lavoro per i giovani, spingendoli alla maledetta malinconia dell'emigrazione.

Fu mezzo secolo fa e da allora, da qualsiasi parte io mi restituisca alla mia città, da nord, da sud, da est, da ovest, da periferie comunque cialtrone, allungo il percorso, mi intristisco in qualche coda pur di essere toccato dallo stupore che ogni volta mi coglie quando, appena superato il cimitero ebraico, preziosa, e oggi umiliata, reliquia di una comunità che qui è stata folta, viva, subita, appare il bassorilievo scolpito dai secoli.

E, ogni volta mi svelo innamorato, scopro di amare Mantova con l'identica passione che si può avere per una donna e mi chiedo se anche gli altri, chi come me è tornato a viverci, chi vi ha sempre vissuto, chi ha scelto di viverci, amino Mantova così come io credo si meriti di essere amata. Me lo chiedo perché da quel 1866, giusto un secolo e mezzo fa, l'anno dell'annessione al regno d'Italia, questa città che è stata un capolavoro, con i Gonzaga e anche dopo, è stata amministrata con insufficienza, forse per negligenza, forse per supponenza, male insomma, sino a stravolgerla in qualche suo brano, sino a confondere la sua aristocratica fisionomia suggerendole stille di volgarità, sino a violentarla nel suo intimo.

Di aggressioni e invasioni, anche durante i quasi quattro secoli dei Gonzaga, Mantova ne ha conosciute e con esse le violenze, le devastazioni, le spoliazioni: sfogliando le pagine dal basso medioevo in poi, è forte la tentazione di dire che troppe scelleratezze sono state firmate, proprio dopo che il tricolore aveva sostituito la bandiere degli Asburgo, da coloro ai quali la città era stata affidata, da una classe dirigente miope, ottusa, talvolta infida, di sicuro mai in grado di dare un'anima a Mantova, e, per questo, colpevole di violenze talvolta anche peggiori di quelle attribuite ad austriaci e francesi, invasori e a lungo dominatori.

Austriaci, soprattutto, e francesi sono stati padroni di Mantova, hanno vessato i mantovani, hanno governato da mastini, hanno condannato e mandato al patibolo, li hanno anche spogliati delle ultime preziosità dimenticate, e quindi non vendute, dagli ultimi Gonzaga, come preziose tele di Paolo Veronese e la Madonna della Vittoria di Andrea Mantegna trafugate dai soldati di Napoleone.

Però, per dire, gli Asburgo hanno arricchito gli splendori cittadini con gemme come il teatro del Bibiena, l'Accademia virgiliana e quella che oggi è conosciuta come la biblioteca teresiana.

Tra la fine dell'Ottocento e l'immediato dopoguerra le amministrazioni che si sono susseguite, di destra, di centro, di sinistra, di centrosinistra, hanno, quasi tutte, subìto l'assillo del presente, che spesso aveva il nome di miseria, e si sono rifiutate di cercare di leggere il futuro o, almeno, di sognare. Spargendo fantasia nel suo intrico di palazzi, chiese, piazze e piazzette, angoli e ambienti, poteva diventare, questa città la cui bellezza è diventata sacrale con il riconoscimento di patrimonio dell'umanità, un unico e straordinario museo, un laboratorio di cultura e di culture, nella musica, nel teatro, nella pittura, nell'architettura.

Poteva, invece è successo altro e questa è la colpa di non so quante generazioni di amministratori, insufficienti a dir poco. Hanno distrutto anziché tentare di risanare; hanno permesso, e insistono nel permettere, che, in troppi brani cittadini, le auto violentino la suggestione; hanno fatto, e fanno, di piazze che il passato imporrebbe inviolabili o sconci parcheggi od osceni palcoscenici di volgarità gastronomiche; hanno accettato, e da sempre, le industrie che più inquinanti non se ne vedono; si sono, comunque, rannicchiate nella banalità o nella imitazione delle banalità. Penso al ghetto, che fu, con quattrocento famiglie e passa e sei sinagoghe, tra i più popolosi e vivi d'Italia.

Penso ai parallelepipedi di cemento sorti un po' ovunque nel centro storico e così brutti da regalare aggettivi gratificanti alle impronte lasciate dal ventennio. Penso alla sublime monumentalità di piazza Sordello, lordata, una volta la settimana e spesso di più, da uno sgangherato mercato di un po' di tutto e così invadente da sconfinare negli altri santuari della grande storia mantovana.

Penso alla Mantova che appare a chi non arriva dal ponte di San Giorgio e s'imbatte in periferie dipinte da un aggettivo divenuto luogo comune, anonime, però popolatissime a scapito della Mantova del passato, intristita da troppe case vuote e rassegnate alla rovina. Penso alla cintura ferroviaria che, ancora, forse unico caso al mondo, stringe la città, là dove non sono le acque a farlo. Penso, soprattutto, all'altro profilo di Mantova, quello che si stacca dai laghi quasi di fronte al profilo che al mondo più bello non c'è: ciminiere, ciminiere, ciminiere.

Penso ai veleni che non si vedono ma ci sono, ovunque, sottoterra, nell'aria, nelle acque che da sempre accarezzano Mantova. I laghi furono i primi a subire l'odiosa e invisibile violenza dell'inquinamento, davano di che vivere a non pochi pescatori poi costretti ad arrendersi dagli scarichi della cartiera, un capolavoro, firmato Nervi, che spargeva veleno e sterminava. Non è facile, però, uccidere i sogni.

E io vecchio mantovano che ha smesso di fare la trottola e si è restituito alla città con il più bel profilo che ci sia al mondo insisto a sognare. Il miracolo che, eccitato da un manipolo di visionari, ha il nome di Festivaletteratura ha raccontato al mondo quale sia l'anima di Mantova e sperare che spunti una generazione di amministratori che faccia propria la lezione non costa nulla.

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