Lucia Scajola

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Puntualissimo, giacca verde e pantaloni color cachi, alle 19.33 Vittorio Sgarbi si è presentato nell’affollatissima Sala delle Grida, della Borsa Volori di Genova, per la sua lezione sui tesori della città.

Dopo un’inziale polemica contro la categoria degli architetti, a suo dire, salvo rare eccezioni, “i distruttori delle città” ha cominciato la sua dichiarazione d’amore al capoluogo ligure, iniziata già in gioventù, quando venne con la famiglia per sentire un concerto al Politeama. “Genova, come anche Trieste, è assente dal percorso mentale del viaggiatore, che in Italia si muove lungo un asse verticale da nord a sud. Eppure, se ci arrivi, magari anche per caso, vieni rapito da una delle città più belle del mondo”.

 

Prima di iniziare la lezione su alcuni dei capolavori scelti per rappresentarne lo splendore, Sgarbi ha voluto omaggiare Micky Walfson, collezionista d’arte americano che si innamorò di Genova già negli anni Cinquanta: “Grazie a lui smise per un momento di essere una città dimenticata: se avesse avuto un sindaco o un assessore come lui, con quello che nasconde nei suoi palazzi, sarebbe una capitale mondiale del turismo”.

Intervallata da qualche battuta stilosamente umoristica, la visita virtuale guidata dal critico è iniziata con l’illustrazione della centrale chiesa di Sant’Agostino: “Un genovese che non la vedesse sarebbe come un uomo senza una gamba”; per poi arrivare a Palazzo Spinola, dove è custodito “uno dei grandi capolavori dell’umanità”: l’Ecce homo di Antonello da Messina. Un genio, secondo il critico, “Perché il primo ritrattista italiano a mostrare le persone autentiche. “Il suo è l'unico Cristo deluso. Sembra che dica “sarò veramente io a dover morire?””.

L’attenzione passa poi sul Sacrifico di Isacco, di Orazio Gentileschi, compagno di Caravaggio: “È un Caravaggio ingentilito”.

Estasi per il ritratto di Carlo Doria di Rubens, “Uno dei più bei dipinti in assoluto dell’artista, che a Genova ha lasciato una traccia fortissima”.

E’ poi la volta di Tintoretto, Mattia Preti, caravaggesco, e Guido Reni, con Amor sacro e amor profano. “Reni è stato uno dei più grandi con Caravaggio. Solo che lui aveva la vocazione al bello ideale.

Quando nel 1951 si sancì il trionfo del realismo del Caravaggio si offuscò la stella di Guido Reni e della sua visione più estetizzante”.

Il martirio di Santo Stefano di Giulio Romano, dentro la chiesa di Santo Stefano viene definito equivalente a un Raffaello: lui è la sua eredità, somiglia alla trasfigurazione di Raffaello in Vaticano”.

Sgarbi passa poi al Cristo della moneta di Antoon Van Dyck, ai Musei di Strada Nuova Palazzo Rosso, e alla Natività, del Grechetto, con un accenno al monumento sepolcrale di Margherita di Lussemburgo di Giovanni Pisano, conservato al museo di Sant’Agostino.

 “A Genova si trovano solo i numeri primi, non si trovano cose di minor peso, anche grazie a Rubens, che ha insegnato la pittura barocca ai genovesi”.
E chiosa romanticamente: “Il mio è stato il piccolo racconto di un viaggio a Genova. Puoi anche non sapere che è una delle grandi capitale dell’arte europea, ma se ci arrivi, te ne accorgi subito. Chi la evita lo fa a suo danno. Quelli che ci vivono sono persone fortunate e vivranno in paradiso”.

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