Quando si nomina Salerno con l'intenzione di elogiarne la bellezza, consigliarla come meta di vacanza o anche solo per blandire un salernitano orgoglioso, il primo argomento a cui si ricorre comunemente è quello della felicità della sua posizione geografica fra le coste che la comprendono, l'amalfitana e la cilentana.

S'insiste molto sul punto, quasi alludendo a una sorta di disegno divino nella collocazione della città, la sua attitudine a farsi bivio fra due luoghi incantevoli che regalano al turista il privilegio dell'imbarazzo della scelta. In questa esaltazione salernitana come snodo di bellezze varie ed eventuali non ci si limita alle coste, dato che "se ti trovi a Salerno, non puoi perderti una tappa a Paestum, almeno per vedere il tempio di Atena".

La frase che avete appena letto è riportata fra virgolette, essendo una fra le più abusate in occasione di consulenza turistica pro Salerno. Uno già la sente, la voce del promoter che sale di un'ottava quando nomina il tempio di Atena: come stesse già muovendo un rimprovero culturale all'interlocutore che sospetta poco ferrato in materia; infatti aggiunge (essendosi preventivamente documentato, altrimenti non si capisce come farebbe a ritenere un dato simile, che potrebbero ricordare giusto gli addetti ai lavori o gli affetti da qualche rara forma di autismo archeologico) che gli scavi e il museo di Paestum sono al ventiquattresimo posto nella classifica dei siti statali italiani più visitati (la precisazione numerica prevede un'enfatica divisione in sillabe scandita con accompagnamento dei polpastrelli dell'indice e del pollice, congiunti nella cucitura simbolica del concetto).

Se dunque Salerno è snodo obbligato per altri luoghi (divina costiera, costiera cilentana diversamente divina e Magna Grecia a soli trenta chilometri di distanza); se la sua posizione strategica viene chiamata in causa come principale elemento d'attrazione turistica, si arriva al paradosso per cui quella di Salerno sarebbe una bellezza di riflesso, indotta, dovuta alla prossimità di altre meraviglie: un po' come se uno si beccasse i complimenti di un altro. Il che non è tanto carino, se uno ci pensa.

Se Salerno potesse parlare, probabilmente direbbe: "Va bene ragazzi, sono felice di essere la mascotte delle due coste, provincia della Magna Grecia e tutto quanto, ma vorrei essere degnata anch'io di qualche attenzione, se non vi dispiace"; e avrebbe anche ragione, perché poi, quando un turista diretto ad Amalfi, Ravello, Positano o (dall'altra parte) Palinuro, Marina di Camerota, Acciaroli, Paestum e via discorrendo, passa una mezza giornata a Salerno, è facile che quando torna a casa dica ai suoi amici: "Oh, ma lo sai che è proprio bella, Salerno?".

È la sindrome della bellezza accessoria, che scontano tutte le piccole città che confinano con bellezze famose. Un po' come accade alle coppie di amiche, una particolarmente bella e quindi celebre, e l'altra, pur notevole, che tende a essere oscurata dal successo della prima. Ma capita pure che dal vasto pubblico della superstar si stacchi una cellula di ammiratori più raffinati che punta l'attenzione sulla meno bella, intravedendo in lei una particolarità che all'altra manca, come giocatori di Borsa che mirano su azioni ignorate dalla massa.

Allora sarebbe interessante, per una volta, invertire l'ordine: scegliere come meta di vacanza, che so, Ravello, e da lì andare a passare da una simile sequenza di passaggi emotivi è un po' come planare, immergersi in una dimensione omogenea, strutturata, dove la concitazione cittadina obbliga ad adeguarsi bruscamente a tutt'altro senso del tempo e dove anche il traffico trova la composizione nevrotica della fila.

Allora, una volta trovato un posto dove lasciare la macchina (adempimento mica tanto scontato), si fa la conoscenza del lungomare, dell'isola pedonale, della città vecchia: e si guarda a questo patrimonio con altri occhi, non più percorsi transitori su cui l'attenzione si fa svogliata, ma mete da raggiungere con curiosità.

In una simile prospettiva non c'è città al mondo che non regali la sua bellezza a chi la guarda. Venendo dalla sospensione mistica di Ravello, ne consiglierei un'altra, pure incantevole: quella del Giardino della Minerva, un orto botanico creato per gli studenti della prestigiosa Scuola medica salernitana, situato nel centro storico e formato da quattro terrazzamenti spalancati sulla città vecchia, con il mare a perdita d'occhio di fronte e la cornice delle colline alle spalle.

L'impressione che il panorama trasmette è quello di una vista ventrale di Salerno, pur da una prospettiva sospesa: una posizione (quella sì) davvero strategica, che offre una dimensione totalizzante della città, ma dal cuore del centro storico e dunque di se stessa. Rientrare a Ravello dopo una simile puntata fa ancora un altro effetto: come confrontassimo due esperienze estetiche basate sulla sospensione, e a un tratto ci trovassimo a chiederci se abbia poi tanto senso stare con i piedi per terra.


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