“Il mio prossimo libro si chiamerà Caffè amaro” ha detto Simonetta Agnello Hornby a Palermo, ultima tappa del tour 2015 di Panorama d’Italia. “Ci sto ancora lavorando, ma non so ancora quale sarà il finale. Sarà una storia d’amore e una saga famigliare sullo sfondo di un pezzo poco conosciuto della storia d’Italia, ovvero i fatti politici e di guerra in Sicilia fra il 1906 e il 1948”.
 La tappa palermitana del tour di Panorama, per la scrittrice, è stata  anche un’occasione ghiotta per parlare di antiche tradizioni culinarie, e per riflettere sul concetto di ospitalità. Sono questi, infatti, i temi che Agnello Hornby apparecchia ne Il pranzo di Mosè (Giunti), suo ultimo libro, 200 pagine fitte di ricordi, ricette, e ferree regole per l’accoglienza.

Il quaderno di nonna Maria
“Compiango coloro che non cucinano” ha detto. “Chi non sta ai fornelli perde grandi piaceri e importanti occasioni di riflessione”. Ecco allora in soccorso (per neofiti e cuochi scafati) il quaderno di nonna Maria. Il ricettario è ancora oggi alla base dei menù che si preparano a Mosè, ovvero nella tenuta di campagna, a pochi chilometri dalla Valle dei Templi, dove Simonetta Agnello Hornby ha vissuto parte dell’infanzia.
Da cinque generazioni, ogni estate, la famiglia della scrittrice si riunisce in quella residenza. Bimbi, genitori, nonni e nuovi ospiti siedono nella grande sala da pranzo dove “il tavolo può allungarsi fino a ricevere 24 persone”. Ogni estate a si servono (come una volta) i prodotti dell’orto; i pranzi fatti soltanto di dolci; quelli preparati con gli avanzi del giorno prima; oppure i grandi “falsi”, come la cotolette di melanzane, “esempio di una creatività contadina che faceva piatti ricchi con le materie povere”.

Infrazioni alla tradizione
Le ricette sono un po’ cambiate: “commettiamo senza timore infrazioni alla tradizione”. Immutato è invece il sacro vincolo dell’accoglienza. “Tutti meritano di essere accuditi, anche quei pochi che si comportano in modo sgradevole”. Come gestire qualche ospite “imbarazzante”? “Esistono tecniche per evitare che il convivio ne soffra”, risponde la scrittrice. Ecco allora che l’'"avido” (“non affamato, ma ingordo”) può essere contenuto “offrendogli un’ultima cotoletta”; al il timido “basta una richiesta d’aiuto per allentare la tensione”; e guai a mettere il loquace a capotavola: “gli si offrirebbe un piedistallo cui non saprebbe sottrarsi”.
“La cucina è una cosa importante, ma non va presa troppo sul serio, altrimenti diventa noiosa”. Il segreto è nell’ironia (e il riferimento sarcastico è alla moda dei Masterchef). L’armonia, invece, sta nei particolari. “L’accoglienza perfetta inizia dalla tovaglia” dice Agnello Hornby. “Dev’essere pulita e senza una piega”. Bandite invece le tovagliette monoposto: “sono contrarie al principio di convivialità, è come se ciascuno mangiasse in un tavolo tutto suo, in un ristorante, circondato soltanto da estranei”).

I nuovi progetti
Avvolta da ulivi secolari, “simboli perfetti della Sicilia”, la casa di Mosè è dunque memoria e metafora. Il cibo è il collante famigliare (e sociale) da proteggere. Ma quella casa è anche una fucina di nuovi progetti.
Dopo il fortunato programma televisivo sul canale Real Time, che ha messo in scena le situazioni del libro, a Mosè è nata l’idea di una nuova trasmissione: Io e George, per Rai Tre, cronaca di un viaggio madre-figlio da Londra (dove la scrittrice vive sin dal 1972) fino alla tenuta siciliana.
Seguiti dalle telecamere, Simonetta Agnello Hornby e il figlio George, malato di una forma aggressiva di sclerosi multipla, sono andati insieme dall’Inghilterra alla Sicilia superando barriere architettoniche e pregiudizi, ma anche scoprendo la bellezze del nostro Paese. “L’attitudine verso il disabile in Italia è stata positiva” ha detto la scrittrice, ricordando le tappe di Milano, Roma, Pisa, Napoli e Palermo, e ironizzando su qualche episodio di “ordinaria inciviltà”. Li vedremo sul piccolo schermo da venerdì prossimo. Col proposito di eludere ogni forma di retorica, e di vincere qualche tabù ancora duro a morire.







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