Antonio Carnevale

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Non è stata la semplice presentazione di un libro. Nell’incontro d’autore, per la tappa modenese del tour “Panorama d’Italia”, Valerio Massimo Manfredi non si è limitato a parlare del suo ultimo libro. “Le meraviglie del mondo antico” (Mondadori), infatti, è stato lo spunto per una riflessione più ampia: una lectio magistralis su alcuni aspetti dimenticati del mondo antico, e sull’importanza della memoria nel contrastare la furia iconoclasta dell’Isis.

"Le milizie islamiche distruggono per cancellare. Anche noi lo abbiamo fatto, sbagliando. Ma sono passati molti secoli. Farlo oggi è invece semplice follia. A quella barbarie occorre dunque opporre la nostra civiltà. E il primo passo per farlo non può essere che la memoria".

La storia dell’arte e dell’antichità – ha spiegato l’archeologo – non sono semplici divertissement per palati fini e spiriti liberi, bensì "espressione di un racconto intrecciato tra fattori storici, politici, e religiosi". La bellezza dell’arte è la sintesi del nostro passato. E solo attraverso la conoscenza "possiamo giungere alla consapevolezza delle nostre radici".

La lezione pubblica di Manfredi ha condensato uno sguardo inedito su epoche diverse. Si è partiti dalla Rocca di Vignola (a poca distanza da Modena), la cui Torre del Pennello svettava, nel Quattrocento, decorata da un tripudio di colori. Il Rinascimento colorava molte architetture. E così faceva l’antichità greca e romana, i cui monumenti e le cui statue erano assai lontani dal puro candore che le imbianca oggi. L’esuberanza cromatica rivestiva templi e sculture, nella Grecia Classica come nell’impero Romano.

Nello snocciolare decine d’esempi, dopo aver affrontato il suggestivo tema dei colori perduti del mondo antico, Manfredi ha anche affrontato il tema dei grandi e piccoli restauri, con le relative strumentalizzazioni politiche, puntuali ad ogni nuova proposta d’intervento conservativo.

"Nulla può tornare allo stato originale. Ogni restauro è sempre un compromesso fra ragioni estetiche e conservative. Ma oggi abbiamo strumenti raffinatissimi per poter operare in molti casi senza danneggiare i siti archeologici" ha detto: "per rimettere in piedi il Tempio G di Selinunte, per esempio, evitando l’impiego di acciaio e cemento, rispettando i materiali e la filologia, scartando la spettacolarizzazione e valorizzando invece il patrimonio e la conoscenza".

Manfredi ha fatto riferimento a opere scomparse, come il Colosso di Rodi o i lo Zeus di Fidia, citati nel suo libro delle Meraviglie, ma anche ai capisaldi del nostro patrimonio, come il Colosseo, e la relativa proposta di ricostruirvi l’originale Arena. Ogni monumento o sito archeologico – ha sottolineato lo studioso – deve però fare capo a due imperativi: "ricordare il passato, per confrontarci con le ambizioni di civiltà di chi ci ha preceduto; e valorizzare ciò che è arrivato fino a noi, per trasformare le pietre in monumenti vivi".

Sono le persone che danno senso alle opere, non viceversa: è stato questo, insomma, il significato profondo della sua lectio magistralis. Una lezione da tenere ben presente: perché "il patrimonio artistico e archeologico italiano è la nostra eredità. Il modo di amministrarla dipende soltanto da noi. Ma è solo attraverso quel modo che potremo avere consapevolezza della nostra identità di popolo. Per affermare la nostra civiltà. E contrastare, culturalmente, la barbarie iconoclasta dell’Isis che è alle porte".

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