Bari. Per Nicola Lagioia è stato un ritorno a casa, quello che si è svolto nella sala dell’antico Fortino del capoluogo pugliese, in uno degli appuntamenti del tour di Panorama d’Italia.

Lo scrittore, infatti, ha ambientato qui, nella città d’origine il suo romanzo “La Ferocia”, vincitore del Premio Strega 2015. “Ma al di là del rapporto con questo luogo, molto più di quando sono andato a Roma, tanti anni fa”, ha detto Lagioia. “La letteratura ha il dovere di ‘raccontare il falso’, di trasfigurare l’esistente, i ricordi per raccontare una verità”.

Ecco che lo scrittore, ha alternato memorie d’infanzia ("Ascoltavo le vecchie di paese che facevano orecchiette a mano e intanto raccontavano storie incredibile di pescatori e pesci magici") alla citazione di autori che l’hanno formato ("Faulkner, Kafka, Philip Roth, Márquez"), e ha aperto la porta ai lettori della propria officina letteraria. “Scrivere romanzi richiede accumulazione di idee e lavoro su di esse, più che una romantica ispirazione. In Puglia, poi, vedo oggi una narrativa che ha finalmente messo da parte il folclore – l’ingiustificato complesso di inferiorità del provinciale – e finalmente racconta storie. Con le tecniche narrative più moderne, efficaci”.

Sul ruolo dello scrittore nell’Italia attuale, Lagioia è netto. “Non c’è più il contesto per un intellettuale quale Pasolini, che dalle colonne del Corriere della Sera poteva parlare dei mali del Paese, a costo di andare contro la proprietà di quel giornale. Io credo che oggi uno scrittore debba prendere sì posizione su temi politici, ma anche promuovere la lettura, i nuovi autori, impegnarsi in quello che un tempo si chiamava lavoro culturale, che spesso è faticoso. E un'altra cosa: sono convinto che scrittore per fare bene debba soprattutto cercare di scrivere buoni libri".

E ha aggiunto, sul problema di un tasso troppo basso di lettori. "La classe dirigente non è interessata a promuoverla in modo incisivo. Basta ricordare il sito di promozione dell’Italia battezzato “Very bello”. O ancora, se chiude una libreria, non si fa come in Francia, dove si cerca di rimpiazzarla con la stessa attività. Qui va benissimo un negozio di scarpe. Non esistono più i mecenati culturali come Adriano Olivetti. Per fortuna resistono e si diffondono realtà dal basso, con riviste coraggiose, librerie nei luoghi più impensati, case editrici piccole, ma di valore".

In una parentesi di gossip letterario Lagioia è stato anche al gioco semiserio di definire in un’espressione secca alcuni colleghi. Ecco che Niccolò Ammanniti è “Infanzia e horror”; Camilleri “più che i suoi libri, è un capolavoro lui come persona”, Eco “è un grande semiologo ma anche papà di Dan Brown”, Ferrante è “molto brava e da esportazione, visto che ha fatto il botto in America”; per Saviano “un profondo sospiro di pazienza, vale?”; Volo “l’unico a tenere testa a Salvini, in un programma radio, come nessun altro giornalista è riuscito a fare. I libri? Quello no, è un altro campionato…”; Carofiglio infine è “felicemente barese…”.

L’ultima suggestione in questa “mappa di scrittore” tracciata da lui stesso, riguarda il rapporto tra scrittura e rock, l’altra grande passione di Lagioia. “Negli Anni 80 ascoltavo il punk e ho cominciato a suonare la batteria. Non sono diventato di sicuro un gran strumentista, ma quel lavoro fatto in contemporanea su diversi ritmi mentre si  suona, penso mi sia servito poi nei romanzi. Mi ha dato il senso di una polifonia, che dà spessore, colore e, in definitivita, più vita alla scrittura».

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