Di chi è la colpa se gli italiani consumano troppo pochi farmaci equivalenti e insistono nel preferire quelli di marca, molto più costosi, anche quando i principi attivi e gli effetti terapeutici sono del tutto comparabili?

La colpa del mancato utilizzo

Un po’ dei medici, che non insistono più di tanto a spiegare cosa sono i farmaci equivalenti quando i pazienti s’intestardiscono a chiedere di avere in prescrizione quelli di marca ai quali sono abituati; un po’ dei farmacisti, che a loro volta potrebbero spiegare ai pazienti che hanno l’opportunità di spendere meno assicurandosi lo stesso effetto ma evidentemente non lo fanno con la necessaria determinazione. È colpa ovviamente dei pazienti stessi, che non s’informano, sono testardi e un po’ presuntuosi.

Il peso della spesa annua

Tutto questo – si è appreso al convegno “L’efficacia dei farmaci equivalenti tra pregiudizi e opportunità”, organizzato da Panorama d’Italia per Teva – conduce ancora oggi all’anomalia tutta italiana, e meridionale ancor più nel quadro italiano, di una spesa in farmaci generici che nel primo semestre del 2017 – ha reso noto Daniela Provenzano, farmacista dirigente della Asp di Ragusa – ha assorbito il 17% del totale su scala nazionale; e solo il 12% in Sicilia e a Ragusa in particolare, clamorosamente poco se confrontate con il 50% medio del resto d’Europa.

Qualcosa è cambiato in meglio da un anno all’alto: l’Italia ha avuto un incremento di consumi di questi farmaci del 4,5%, la Sicilia del 5,4% e Ragusa addirittura del 6%. Ma i totali restano insoddisfacenti.

Questo significa spendere circa 1 miliardo di euro in più ogni anno in farmaci, ma c’è chi avanza calcoli ancora più severi.

Le responsabilità

Che fare?  Spendere quel miliardo per dei brand che non hanno alcun contenuto migliore per i loro equivalenti è davvero un peccato. Eppure è così.

Un bel dibattito, anche teso e dialettico, sulle responsabilità si apre subito tra Giovanni Di Giacomo, presidente provinciale della Società italiana di medicina generale (Simg) di Ragusa e Luigi Bianculli, farmacista e presidente Federfarma Ragusa: “In Europa nessun Paese civile consuma così poco in farmaci generici, che io poi chiamerei solo equivalenti, per cominciare a migliorare le cose. Non valgono meno di quelli di marca, semplicemente i principi attivi che contengono sono già stati sfruttati in esclusiva abbastanza tempo da remunerare gli investimenti di ricerca da cui sono nati, e quindi – scaduto questo tempo di protezione brevettuale – sono diventati liberamente utilizzabili, anche da chi non aveva investito nulla per realizzarli. Detto questo, c’è la normativa del 2012 che dice cose semplici sui generici. Medici famiglia spesso non prescrivono generici perché non si fidano delle composizioni con cui sono venduti. Eppure sia noi medici che i farmacisti saremmo tenuti a informare i pazienti dell’esistenza di queste alternative a basso costo”.

La biodisponibilità del farmaco

“Molto spesso i pazienti arrivano da noi, in farmacia, decisi a chiedere il farmaco originale”, spiega Bianculli, “e a volte la biodisponibilità (ovvero l'assimilazione ndr) di un principio attivo cambia anche del 20% da un generico all’altro. Per noi farmacisti d’altronde è complicato tenere in magazzino tanti farmaci uguali”.

Luca Pasina, farmacologo del Mario Negri, s’incarica di chiarire che “tutti gli studi disponibili, dimostrano che non ci sono effetti diversi ma solo propaganda scorretta. La legge impone che la quantità del principio attivo deve essere sempre la stessa. C’è un margine del 20 per cento in più e in meno ma non riguarda la soglia che conta, cioè la quantità del principio attivo, ma la biodisponibilità, (la cui possibile variazione resta quasi sempre inferiore al 5) e può comunque variare da persona a persona in base a diversi fattori”.

Il tema è "culturale"

Ancora un po’ di scintille tra medico e farmacista, ma in amicizia. Poi Salvatore Butti, che in Teva Italia gestisce proprio la divisione generics, osserva che in Italia c’è un tema culturale che frena il consumo degli equivalenti, “in America si è iniziato a parlare di interscambiabilità dei farmaci da oltre trent’anni, in Italia i prodotti equivalenti sono arrivati nel ’96 ma solo nel 2001 si è iniziato a parlare di interscambialità. Rispetto a Usa siamo con 20-30 anni di ritardo, non mi sorprende se siamo indietro. Digiacomo ha ben detto che equivalente costa meno senza riduzione di qualità. D’altronde, nonostante tutto, se non esistessero i farmaci equivalenti che garantiscono l’accesso alla salute al maggior numero di persone del mondo, l’italia perderebbe i 4 miliardi di risparmio che già ottiene”.

La corretta comunicazione

La conversazione si sposta sui rimedi per questo “gap” e emerge come cruciale il tema della comunicazione: “È un elemento di fondamentale importanza.

Noi siamo i primi, come medici di famiglia, a esaltare la comunicazione come elemento strutturale della relazione di cura. Empatia e autorevolezza sono i due sostantivi chiave. Empatia significa mettersi nei panni del paziente. Su questa base, la comunicazione tra medico e paziente può ancora migliorare”.

Ne conviene Pasina: “Bisogna informare di più e meglio quando c’è un principio attivo nella stessa percentuale, tra varie formulazioni bioequivalenti”. E Butti: “Tra i buoni propositi per il prossimo anno c’è anche quello di incontrare tutti gli esponenti del sistema salute per proseguire in questa evangelizzazione al famarco equivalente. Stando attenti a tanti elementi che possono creare conoscenza e cultura. Ma vorrei uscire dalla logica del preoccuparci del risparmio. Oggi l’obiettivo è quello di dare efficienza alla spesa sanitaria, che è incompromibile ma neanche espandibile, per riqualificare mettendo al centro l’interesse del paziente”.

© Riproduzione Riservata

Commenti