Un’analisi anti-retorica, accettando il rischio di sfidare la dittatura del politicamente corretto. È stata questa la nota che ha dominato la presentazione del libro “Attenti al sud” (Piemme) durante la tappa a Ragusa del tour “Panorama d’Italia”.

Mafia, ‘ndrangheta, cultura del pregiudizio, magistrati che fanno carriera grazie a casi gonfiati, ma anche cittadini comuni che si sentono stretti tra due fuochi: il cancro della criminalità organizzata da una parte e una sconfortante sfiducia nella giustizia dall’altra.

Sono stati questi i temi finiti sotto la lente d’ingrandimento durante la serata. Argomenti spesso liquidati con semplici slogan ideologici o (peggio) trattati con il conformismo di un’imperante ipocrisia “buonista”.

Invece no: non sul palco del piccolo e delizioso teatro Donnafugata di Ragusa, dove il direttore di Panorama Giorgio Mulè ha introdotto due ospiti più che titolati ad analizzare quei temi: Mimmo Gangemi, scrittore calabrese, che nel volume “Attenti al sud” firma un densissimo testo (al fianco di quelli dei suoi illustri colleghi Pino Aprile, Maurizio de Giovanni e Raffaele Nigro); e Giuseppe Sottile, siciliano, giornalista di lungo corso, che dalla cronaca giudiziaria a “L’Ora” di Palermo e poi al “Giornale di Sicilia” è passato negli anni a occuparsi sempre più spesso della sua regione e di antimafia, come testimoniano ancora le bellissime pagine che firma su Il Foglio, giornale di cui è stato condirettore e del quale è responsabile dell’edizione del sabato.

Il pregiudizio

“Il pregiudizio sul sud impera”, ha detto Gangemi. “Certo, non è sostenibile che la Calabria sia un’oasi di pace. Nelle aree più segnate dall’oppressione malavitosa si sono perpetrati crimini orrendi, con la ’ndrangheta che è testa, mani e piedi dentro i traffici peggiori: prima i sequestri, dopo la droga, le armi, le scorie tossiche, quelle radioattive. A delinquere è tuttavia una sparuta minoranza, seppure capace di un pieno controllo del territorio. L’Italia è stata però indotta a pensarla molto peggio”.

“Il pregiudizio è in continua evoluzione”, sottolinea l’autore. “Lo è sin dai tempi in cui Giorgio Bocca spargeva falsità sulla Calabria nel suo L’Inferno. Profondo sud, male oscuro, del 1992, e lo è ancora oggi, con le molte inesattezze che danno vita a una narrazione falsata della realtà criminale”.

Un esempio? “Gli elementi organici alla ‘ndrangheta nelle zone più calde della provincia reggina sono stimati dalla Dia in una percentuale pari al 2,7 della popolazione; ma questa cifra perde magicamente la virgola e si trasforma poi in 27 per cento: dieci volte tanto, così fu asserito nel 2012 e nel 2013 durante l’inaugurazione degli anni giudiziari a Reggio”.

Non si tratta di casi isolati, afferma Gangemi: “Troppo spesso le accuse di ‘ndrangheta si sgonfiano nei processi. Non sempre gli errori giudiziari sono fatti in malafede. Ma domina una mano pesante. E si sa, ingigantire il mostro serve anche a far cresce le stellette e le carriere”.

Nuove leggi per la nuova mafia

È d’accordo Sottile: “Non c’è più bisogno di scomodare Leonardo Sciascia e i suoi ‘professionisti dell’anti-mafia’ per osservare che la gestione dell’emergenza, nata molti anni fa, è diventata una prassi anche oggi, ad emergenza finita” commenta. “Non è finita la mafia” puntualizza. “Ma la vecchia legislazione di emergenza si applica oggi a una mafia che si è trasformata, e le conseguenze sono nefaste”.

Spiega il giornalista: “Quell’emergenza era nata quando la mafia faceva le stragi. Oggi non solo non ci sono più le stragi, ma nemmeno sono in circolazione i capi di quella vecchia mafia, ormai murati dentro il 41 bis, il carcere duro, lo stesso che ha scontato Riina per 24 anni, fino alla morte. Oggi c’è una nuova mafia, diversa, che continua a dissanguare il territorio, ed è giusto e sacrosanto combatterla. Ma è doveroso dire che contro la vecchia mafia stragista lo Stato ha vinto. E bisogna dunque denunciare che la cultura dell’emergenza, ormai sproporzionata, ha prodotto la cultura del sospetto e del pregiudizio, quella cultura malsana, cioè, per cui basta un “odore di fritto”, ovvero l’ombra di un “forse”, perché si possa avviare il sequestro preventivo dei beni, fino a un processo che nel migliore dei casi ci metterà 15 anni per arrivare alla verità, rovinando nel frattempo il malcapitato imprenditore, non importa se innocente”.

Il diritto alla paura

In poche parole, “la cultura dell’emergenza ha portato a stravolgere lo Stato di diritto”: su questo sono d’accordo Gangemi e Sottile, che con diversi esempi denunciano anche gli interessi nati attorno al fenomeno dei beni sequestrati: “50 miliardi di patrimonio totale, un tritacarne dove il fallimento s’incontra puntualmente prima che si concluda l’iter giudiziario”.

Si fanno nomi e cognomi di chi è incappato nella trappola di una giustizia sbagliata. E si affaccia pure il tema inedito di un “diritto alla paura” dei cittadini, i quali “da soli non sanno più fidarsi di uno Stato che sembra perseguitarli anziché proteggerli”, come denuncia Gangemi.

“Oggi la contrapposizione tra mafia e antimafia è diventata un tema di lotta politica” chiosa infine Sottile. “Ci sono professionisti seri che combattono la criminalità organizzata, e che svolgono un lavoro egregio” sottolinea. “Ma non si può negare che si sia formata una categoria di persone che proprio con l’anti-mafia ha accresciuto negli anni soprattutto il proprio potere personale, in termini sia di carriera professionale sia di capacità di manipolazione politica”.

Un effetto collaterale di tutte queste storture è allora quella “Cultura del pregiudizio” che dà il titolo al testo di Mimmo Gangemi in “Attenti al sud”.

Le storpiature della realtà

“Durante la presentazione di un mio libro al nord” esemplifica lo scrittore “una ragazza ebbe a spendere parole di commiserazione per la vita grama che condurremmo quaggiù, costretti a sporgere uno spicchio di testa prima di svoltare l’angolo di una traversa, per essere certi che non provengano pallottole in senso contrario. Rimase sconcertata e dubbiosa vedendo che ci ridevo su: le incrinavo certezze. Quell’osservazione e altre meno fantasiose, ma altrettanto esagerate, danno il senso delle storpiature della verità e della condanna gravata addosso alla Calabria e al meridione in generale. Sono storpiature talvolta fatte ad arte, talvolta per ignoranza, talvolta per convenienza. Talvolta, forse, perché giova all’animo umano trovare altrove nefandezze da cui trarre conforto per quelle di casa propria”.

Nel racconto del Mezzogiorno, insomma, si confondono troppo spesso i confini tra il bene e il male, tra mafia e antimafia, tra verità e menzogne, tra lotta alla criminalità e strumentalizzazioni politiche o carrieristiche.

Stare “Attenti al sud”significa allora anche questo: puntare un faro sulle tante ombre e cercare di portarvi una nuova luce. Anche a costo di sfidare la dittatura, imperante, del politicamente corretto.

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