“Le cose semplici sono le più difficili a farsi veramente bene”, dice Gianluca Isaia, il creatore, l’anima e l’imprenditore di una griffe sartoriale che da Napoli ha conquistato il mondo dell’eleganza maschile.

E lo dice in un video che apre il workshop sull’industria della moda e del lusso, il terzo della serie prevista da “This is Italy, parts unknown”, l’evento newyorkese organizzato da Panorama: un video spassosissimo, dove Isaia spiega ad un suo alter ego (lui stesso, ripreso di lato e poi montato in digitale) i segreti della cravatta, che sembra un accessorio semplice e quasi banale e racchiude invece tecnologia e creatività. “Semplice come fare gli spaghetti al pomodoro? E neanche gli spaghetti è facile farli bene!”.

“La principale ragione per cui ho fatto quel video è che non è facile comunicare il prodotto al consumatore, e interessarlo davvero, avere la sua attenzione e passione”, spiega l’imprenditore. “I nostri clienti vanno coinvolti in quel che siamo e in quel che facciamo, perché devono percepire l’identità del nostro marchio, che è tutto. Hanno la buona possibilità di vivere un’emozione, un’esperienza coinvolgente e profonda, quando entrano in contatto con un nostro brand”.

Per questo Isaia e i suoi visitano periodicamente il personale di vendita dei negozi e dei “department store” che vendono il brand “perché è facile per chiunque vendere al cliente quello che ti chiede, meno facile è raccontare un prodotto e farlo percepire, amare e quindi acquistare”.

Un mondo affascinante, una riserva straordinaria di valore per l’Italia e per le sue competenze, il settore del lusso. Che resta molto, molto impegnativo.

“Nel settore del lusso, non c’è tanto un prodotto migliore quanto un prodotto diverso”, spiega Antonio Cipollone, chief operating officer della Vhernier, l’azienda orafa nata a Valenza nel 1984 che negli ultimi vent’anni ha scalato il settore e si colloca ora ai primissimi posti nel mondo del gioiello, “ecco perché l’identità è tutto, e la passione in chi realizza le nostre creazioni come anche in chi le vende è un elemento essenziale. Ricordo che l’anno scorso un cliente privato, qui negli Usa, comprò un gioiello per 10 milioni di dollari: per noi fu un’emozione assoluta, era un’opera d’arte, destinata a una donna meravigliosa, fu un grande momento, ma qualcosa del genere lo viviamo ogni giorno, lavoriamo con le emozioni, e siamo per questo orgogliosi del nostro lavoro quotidiano”.

Inutile dire, dunque, che i prodotti Vhernier sono realizzati a mano e sono al 100% fatti in Italia. “Quindi è impossibile moltiplicarne troppo produzione, siamo artigiani da 30 anni, è il nostro dna”, aggiunge Cipollone.

Al tavolo, un altro brand mitico, il sinonimo delle dream-car: la Lamborghini, attraverso il suo chief operating officer negli Usa Alessandro Farmeschi: “Una Lamborghini è il classico esempio di un oggetto di cui nessuno ha bisogno ma che tutti desiderano. Io stesso avevo il poster della Countach sulla parete della mia camera, quand’ero bambino. Noi lavoriamo quotidianamente per questo, per far sì che la Lamborghini sia un’esperienza, che il possederne una implichi l’ingresso in una comunità, che interpreti appieno lo straordinario contenuto di valori ed emozioni che il brand contiene”.

C’è tanto lavoro, quasi maniacale, nella precisione dei dettagli e nel servizio al cliente, dietro una Lamborghini: e può esserci anche bisogno di tanta pazienza, come con quel cliente che dapprima pretese un colore fuori repertorio, e di particolarissimo gusto, per la sua nuova Lamborghini e poi cambiò idea e auto, e non volle più ritirare la vettura che aveva fatto dipingere in modo unico e discutibile…

Anche per Lamborghini, essenziale è la cura per le competenze e la sensibilità della rete dei dealer che distribuiscono le auto, cioè la loro capacità di comprendere quello che è un prodotto unico in grado di trasmettere ai clienti – come anche loro devono essere pronti a fare tutta l’esclusività del marchio.

Ed è con un vero e proprio inno al valore del brand che si chiude il workshop, grazie ad un piccolo segreto svelato da Isaia: “Mi hanno proposto qualche anno fa di mettere il nostro brand su una linea di arredamento, ma ho rifiutato: troppo rischioso. E’ un settore dove non avrei potuto avere il pieno controllo della qualità e dei processi”.



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