"Brera di notte". Una pinacoteca avvolta nel buio. Da esplorare armati soltanto di torce. Facendo sosta di fronte a capolavori selezionati. È l’esperienza  straordinaria che "Panorama d’Italia" offre nella sua tappa milanese. Dalle 22.00 a mezzanotte, un gruppo di 25 persone attraversa il museo con guide d’eccezione: il direttore della Pinacoteca James Bradburne, la storica dell’arte Emanuela Daffra, il capo-restauratore Andrea Carini. "È un esercizio per imparare ad aprire gli occhi, anche nell’oscurità" esordisce Bradburne.

I coni di luce illuminano un percorso che s’incammina lento, a indugiare sui dipinti delle prime sale, come quel Simone da Corbetta con due figure d’innamorati la cui pelle può rivelare adesso la perizia dell’artista nel cercare le tinte più morbide nell’incarnato. Fasci di luce zigzagano qua e là, seguono il capriccio dei singoli visitatori. Ma poche sale dopo finiscono per coincidere su di un unico capolavoro: il "Cristo Morto" del Mantegna. Eccolo, incoronato dalle torce unanimi è adesso illuminato quasi a giorno. Lo sguardo, dai piedi, può zoommare sulle dita contorte, le mani ormai secche.

Ma che cosa si vede al buio e che invece sfugge a una visita tradizionale? Lo si scopre davanti a "La predica di San Marco ad Alessandria d’Egitto".
È opera di Gentile e Giovanni Bellini, fratelli. Una chiesa ricorda San Marco, ma il paesaggio è fitto di minareti. Dove siamo? Nella Serenissima? Oppure in un paese islamico? E che cosa ci fa una giraffa tra la folla? "Gentile Bellini, che dipinse l’opera, lasciò nelle sue volontà che il fratello Giovanni terminasse il quadro" spiega Emanuela Daffra.

La storica dell’arte illumina le figure dipinte del fratello maggiore, ne mostra la differenza con quelle di Giovanni. Una striscia di luce punta su un volto e poi su un altro, a rivelare modi lontanissimi d’intendere la pittura. Narratore di trame Gentile, esploratore di anime Giovanni. Si rivelano dettagli che mischiano storia e figure. Altri particolari emergono a decine, ciascuno nel proprio cono di luce bianca.

Siamo ancora a Venezia con Tintoretto. Il suo "Ritrovamento del corpo di San Marco" è adesso una battaglia di luce. Le torce sbattono sulla tela e rivaleggiano con altre luci, quelle che Jacopo Robusti aveva assicurato alla scena col suo pennello, mischiando i bianchi, i gialli, gli accenni di rosa, facendone bagliori di pittura: fonti di una luce più vera del vero.

Nel buio compare un gigante di muscoli. Ha il volto che Rutger Hauer dava al suo replicante in "Blade Runner", invece è Napoleone, nel gesso preparatorio per il busto che domina il cortile di Brera, opera di Canova. "Lo scultore l’aveva immaginato per una luce precisa: zenitale, chiara, dall’alto, posta ad un’altezza di almeno cinque piedi, in modo da eliminare le ombre che invece ora stiamo creando con le torce". Ma sono quelle stesse ombre che "ci permettono adesso di apprezzare la qualità straordinaria del modellato, la finitura bellissima di questo gesso, con le sue tracce più calde, lisciate apposta, con una mistura più scura di sapone che gli conferisce la consistenza calda della carne" spiega Daffra.

Si procede per capolavori. "Lo sposalizio della vergine" di Raffaello fu colpito dal chiodo di un vandalo, lasciando un buco sul gomito della Madonna. Il restauro mise rimedio al danno, ma una torcia alla luce di Wood mostra adesso l’intervento: quella macchia più scura che l’occhio più non vede e che è la sommersa cicatrice nella veste della Vergine. Dall’oscurità emergono i particolari uno dopo l’altro, sono dettagli, preziose minuzie, curiosità, aneddoti, tracce di antichi e recenti restauri.

C’insegnano che la tecnica non è mai sganciata dalla forma, ci proiettano nella composizione dei colori; ci mostrano le giunture tra le assi delle tavole, e c’immergono in altre epoche. Le torce messe in verticale sotto un polittico del Crivelli mostrano, per esempio, come doveva apparire ai fedeli del Quattrocento quella Madonna ricca d’oro illuminata dalle candele dell’altare.

E infine si giunge alla vera rivoluzione della luce: la visita si conclude davanti a "La cena in Emmaus" di Caravaggio. Una voce d’attore porta a termine un viaggio unico (le prossime due serate avranno percorsi diversi). E quando le luci nel museo si riaccendono, i visitatori hanno il volto stupito ma rilassato di chi è sazio di emozioni. Qualcuno si sofferma su un’opera vista al buio poco prima e da guardare adesso con occhi nuovi. E qualcuno, forse, domanda se il viaggio non sia stato soltanto un bellissimo, irripetibile, sogno.

© Riproduzione Riservata

Commenti