Luciano Lombardi

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Una straordinaria capacità di fare business, un settore manifatturiero tra i più sofisticati al mondo, e poi arte, sensibilità per tutto ciò che è bello, un turismo culturale dalla tradizione secolare, cibo, non necessariamente in quest'ordine.

Perfino troppo scontato, quindi, associare il termine e il concetto di eccellenza a Firenze.

Eppure, quando si tratta di questa città non ce n’è mai abbastanza. Da dire, da vedere, da assaporare.

Di tutto ciò, e in abbondanza, si è parlato a Panorama d’Italia, nella tavola rotonda “Firenze dà il meglio”, o “Firenze ti dà una una magia”, per dirla con le parole di Niccolò Ricci, Ceo della Stefano Ricci Spa, ma senza dimenticare “che talvolta - come ha argomentato nell’introdurre i lavori Sergio Luciano, giornalista di Panorama e moderatore - anziché perdere la testa per la sua bellezza come affetti da una sindrome di Stendhal, si finisce per trascurarla”.

Il bivio: aprisi o chiudersi?

Quest’ultimo aspetto trova nelle parole di Leonardo Bassilichi, imprenditore e presidente della Camera di commercio di Firenze, la giusta cornice: la città si trova a un bivio, dice, che sarà necessario oltrepassare per arrivare a una nuova dimensione, quella di una capitale del mondo. “Siamo consapevoli di quello che siamo - spiega - perché abbiamo una realtà molto eterogenea, siamo un combinato tra scienza e arte da cui è nato un mondo imprenditoriale unico. Quello che ci aspetta ora è andare oltre a una difficile biforcazione tra lo scegliere di aprirci e guardare avanti e in grande o continuare a guardare indietro e chiuderci, restando confinati nella veste di bellissima città provinciale”.

La crasi perfetta tra le due possibilità, nell’economia di questo ragionamento, è quella del sovrintendente del Maggio Musicale Cristiano Chiarot che spiega qual è stata la strategia che ha portato la rassegna al successo: “Abbiamo cercato di costruire radici in tutta la città, di coinvolgere i cittadini portando la musica a ogni livello, per poi trasformare la risultante in un’apertura che ci porta oggi a esportare all’estero il nostro prodotto”.

 

Segnata dal dualismo apertura/chiusura (ma più orientata all’ottimismo) è anche la visione del parigrado di Basilici nella sede cittadina di Confindustria Luigi Salvadori secondo cui il bivio è stato superato in occasione dell’ultima grande crisi, dalla quale, dice “Firenze si è salvata proprio grazie al fatto di essere riuscita ad aprirsi al mondo, registrando percentuali di export enormi in molti settori, manifatturiero in testa, senza contare il turismo che oggi, come non mai, vanta numeri mostruosi”.

Una Firenze “4.0”, prendendo a prestito la popolare definizione dell’attuale era industriale. Ma poi, al contrario, “c’è anche la Firenze 0.4 - prosegue Salvadori - quella delle infrastrutture, per esempio, quella frenata dalla politica che non capisce il passo necessario a favorire l’economia e l’occupazione così come c’è la mentalità campanilistica e retrograda”.

L'importanza della crescita infrastrutturale

Due mondi rappresentati, nel concreto, da Massimo Montemaggi, responsabile di Enel Green Power, che nel ricordare l’imminente prossimo duecentesimo anniversario di una delle industrie chiave di questo territorio, cioè quella geotermica, ripercorre gli investimenti recenti che, solo in Toscana, hanno superato il miliardo di euro.

E dal presidente di Acea Luca Alfredo Lanzalone, che ha illustrato le ragioni che stanno alla base del grande fermento che c’è in città di questi tempi, sintetizzabili nei “600 milioni di euro di investimenti che l’azienda ha stanziato per i prossimi cinque anni e che cambieranno faccia ai servizi della città attraverso una serie di interventi, anche molto importanti”. Creando molti posti di lavoro.

Il nodo dell'occupazione

E qui si apre un altro ampio capitolo del convegno, quello dell’occupazione che, nelle utilities, prosegue Lanzalone, si caratterizza per un’importante carenza in tutti quei settori che richiedono un’elevata specializzazione del personale addetto.

Competenze avanzate, dunque, ma anche conoscenza delle lingue e skill evolute nel digitale, la cui importanza è destinata a crescere in misura esponenziale nei prossimi anni, anche in virtù del fatto che ci sono aziende che hanno reso la tecnologia sempre più semplice, accessibile, disponibile a chiunque.

Per dirla con le parole di Nicola Losito, Direttore Divisione Digital di Ibm Italia, “l'hanno resa democratica”. A suo dire, ciò è avvenuto soprattutto grazie a due fattori: “il cloud computing, che permette di accelerare enormemente il time to market senza richiedere grandi investimenti, e l’intelligenza aumentata che, come nel caso del nostro Watson, mette a disposizione una grande potenza computazionale e permette di interagire con la macchina mediante il linguaggio naturale e ottenere, nella stessa forma, risposte semplici anche a problemi molto complessi”.

La tecnologia ha investito pressoché tutti i microlettori del vivere quotidiano, quello della sanità compreso. Ne sanno qualcosa Monica Calamai, Direttore regionale della Direzione diritti di cittadinanza e coesione sociale, e Marco Carini, Professore Responsabile del Dipartimento oncologico e di chirurgia ad indirizzo robotico dell’AOU Careggi.


Per la prima, “l’avvento dell’automazione nel settore medico è stata una grande opportunità e soprattutto in chirurgia dove l’avvento dei robot come il DaVinci ha scatenato una vera e propria rivoluzione, che si è manifestata in un rapporto virtuoso tra l’uomo e la macchina senza precedenti ”. "E ha avuto la capacità - ha proseguito Carini - di permettere ai medici di confrontarsi non più soltanto sul territorio di appartenenza, ma di proiettarsi su uno scenario ben più ampio, su scala europea, se non mondiale”.

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