Chiara Raiola

-

Le calze blu le indossano entrambi, così come la giacca rigorosamente con tre bottoni, ma il legame tra il direttore di Panorama, Raffaele Leone e Vittorio Feltri, ospite d’onore della tappa bergamasca del tour, è molto più profondo. Non è solo una questione di stile: “Sono emozionato - rivela Leone - Feltri è stata la prima persona che ha creduto in me quando ho iniziato questo mestiere, mi diede indicazioni pure sull’abbigliamento”. “E tu - scherza di rimando il direttore di Libero - hai imparato proprio bene”.

Scivola via sull’onda dei ricordi il racconto di un’Italia che non c’è più, quella dove “non esisteva il frigorifero, ma la ghiacciaia, mentre l’acqua si scaldava con la stufa a legna”.

Si parla di radici con Vittorio Feltri a Panorama d’Italia: “Le mie sono qui a Bergamo. Io sono nato in viale Vittorio Emanuele e la mia casa aveva un nome, Casastampa”. Un segno del destino. “Talvolta sogno ancora di tornarci. Le radici non sono una definizione retorica, perché dove si nasce ci si abbevera di tutto ciò che c’è intorno, si assimilano le caratteristiche e i difetti dell’ambiente”.

Un’infanzia non proprio serena, quella di Feltri: “Mio padre è morto giovane e mia madre con tre figli - io ero il più piccolo - doveva lavorare sodo per mettere insieme il pranzo con la cena”. Ma, aggiunge con il solito sarcasmo per spezzare l’onda dei sentimenti, “non ero triste ad esser orfano, avevo solo un genitore che rompeva i coglioni”. È una battuta, aggiunge subito, “non sono mica cinico come dicono”.

Il pubblico in sala accoglie con sorrisi e applausi i suoi racconti che passano attraverso la storia della seconda metà del Novecento quando “c’erano poche macchine in circolazione e soldi ancora meno”. Girava in lambretta, Vittorio Feltri. Per guadagnare “portavo a casa dei clienti gli oggetti acquistati in un negozio di ceramica”, e poi arriva “l’ascensore sociale” con il raddoppio dello stipendio, 30mila lire al mese, e un posto da apprendista commesso.

Ma è facendo il vetrinista che mette da parte “un bel gruzzolo - due o tre milioni di lire - e così decisi di mettermi a studiare”. Una svolta. Il suo professore lo mette in contatto con un caporedattore del quotidiano locale, l’Eco di Bergamo: “A 19 anni scrissi il mio primo articolo dedicato al regista Ermanno Olmi, scomparso di recente”.

Da lì non si è più fermato, Vittorio Feltri, tranne che per un breve periodo come impiegato pubblico “per accontentare mia madre”. Il direttore di Libero ricorda il periodo milanese a La Notte diretta da Nino Nutrizio (“feci un pezzo su un sanguinoso delitto che mi fece guadagnare l’assunzione anticipata rispetto al periodo di prova”) e quello successivo al Corriere della Sera sotto la guida di Piero Ottone che lo rimproverò per un congiuntivo sbagliato mettendolo alla prova.

“Fu mia moglie a spingermi a Milano: con lei - rivela - il 15 giugno festeggio 50 anni di matrimonio”.

Una Milano che gli ha dato tanto. Bergamo, invece, "prima di darti qualcosa ci pensa cento volte". Tutta colpa delle sue mura che sono “come un guscio, ti proteggono, ma prima o poi te ne devi andare”. Ora sono pure diventate patrimonio dell’Unesco così arrivano i turisti e “io li odio i turisti, ma chiudiamolo l’Unesco!”.

Feltri chiarisce che i bergamaschi sono persone serie (“altrimenti io mi starei sulle balle da solo”) e le donne sono ”come mia moglie, io le voglio bene, ma se smetto di lavorare devo tornare a casa tutti i giorni e questa è capace che mi manda all’Esselunga e io con il carrello… non ci sto” avverte gesticolando in modo inequivocabile.

A parte Crozza, ironizza Feltri, “mi rispettano tutti. I bergamaschi hanno pudore dei propri sentimenti anche se sono generosissimi, si dedicano tanto al volontariato. Ma vogliono che tu ti faccia gli affari tuoi. Sono così anch’io”.

Il tempo corre veloce mentre il direttore di Libero si racconta mettendo in luce - a tratti - la sua anima sentimentale. “Io amo gli animali da sempre, ho avuto cavalli, cani, asini, capre” dice e poi precisa di amare pure Dudù, il barboncino di Berlusconi: “mi preferisce a lui e la cosa mi dà una gioia incomparabile”.

Ma la gioia più grande la prova quando sogna Casastampa, dove è nato qualche lustro fa: “se chiudo gli occhi io la vedo, è li che un giorno vorrei tornare”.

© Riproduzione Riservata

Commenti