Stabilità, creatività, capitale umano: così si attraggono gli investimenti Usa

In vista della tappa newyorchese di Panorama d'Italia, una mattinata di riflessioni sull'appetibilità del nostro tessuto imprenditoriale

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Al Palazzo Regione Lombardia il summit "L'Italia incontra gli Stati Uniti d'America" - Milano, Panorama d'Italia, 17 ottobre 2017 – Credits: Ada Masella

Luciano Lombardi

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Locomotiva italiana nel dopoguerra, Milano ha attraversato numerosi cicli economici. L’ultimo è stato tra i più pesanti della sua storia, ma la città ha saputo reagire ed è riuscita a lasciarselo alle sue spalle con grande maestria diventando un po’ il simbolo della rifondazione di tutto Paese fino a raggiungere il momento attuale, uno dei migliori di sempre.

Parte da questa catena di considerazioni il VII Summit “L’Italia incontra gli Stati Uniti d’America”, che Panorama d’Italia e Italian Business & Investment Initiative (IB&II) hanno organizzato in collaborazione con l’American Chamber of Commerce in Italy nella suggestiva cornice del 39° piano del Palazzo della Regione Lombardia.

 

È stata un'intensa mattinata di lavori, che va considerata anche come una sorta di anteprima della tappa newyorchese dell’evento itinerante del newsmagazine che partirà alla fine di questo mese.

A fare gli onori di casa Fernando Napolitano, fondatore di IB&II, iniziativa nata nel 2011 che ha come missione il supportare le aziende italiane che investono o vorrebbero investire negli Usa e, al contrario, creare un humus favorevole per favorire gli investimenti in Italia delle aziende statunitensi.

Un racconto non scontato

Il tutto, a partire da un concetto “laterale”, cioè da uno storytelling che sia capace di raccontare i grandi talenti e le straordinarie peculiarità italiane.

“Perché soprattutto, sul fronte della comunicazione - spiega il manager - c’è da colmare un gap cruciale, che ha a che fare con la percezione che Oltreoceano hanno del nostro Paese, ancora troppo influenzata dalle quattro effe (food, fashion, furniture e Ferrari)”.

Senza contare che, spesso, siamo più bravi a raccontare i nostri difetti che i nostri pregi. Anche quando questi ultimi sono tanti: “capacità di innovare, creatività, capitale umano di grande livello in quell’inspiring place che è l’Italia”, elenca Jeffrey Hedberg, Ceo di Wind-tre da pochi mesi e pertanto più che mai attento a cogliere le caratteristiche del Paese nel quale è stato chiamato a operare e che vede protagonista di un modello “duale” in cui le capacità (italiane) fanno il paio con i capitali (americani).

A conforto della tesi ci sono le cifre, classifiche su classifiche che, per quanto riguarda la capacità di attirare investimenti dagli Usa, collocano l’economia italiana sempre in posizioni di rincalzo, talvolta imbarazzanti, sugli stessi ordini di grandezza di Nazioni di ben altre dimensione, si tratti di Mauritius o di Montenegro.

Ne sa qualcosa anche Marco Andreassi, a capo della Mediterranean Unit di A.T. Kearney Italia che, nel ricordare come nell’ultimo rapporto della sua azienda sugli investimenti diretti negli Usa, l’Italia abbia guadagnato tre posizioni rispetto alla rilevazione omologa dell’anno precedente (e non è soltanto un effetto della Brexit, ndr), conferma come la reciprocità del fenomeno sia ancora molto carente. Principalmente per due ragioni: “l’incertezza e la volatilità della politica italiana”.

Una soluzione "scientifica"

Che fare allora? “Augurarsi che il futuro ci porti una nuova stagione di stabilità politica, certo, ma c’è anche una strada meno aleatoria - teorizza il presidente di AmCham Italy Stefano Venturi - che potrebbe passare da una delle nostre eccellenze, la ricerca di base, così ricca, sia per le cifre che per la qualità, ma soprattutto in grado di convertirsi nella creazione di start-up capaci di diventare business innovativo per potenziali investitori a stelle e strisce”.

Va detto che le cose, sotto quest’ultimo aspetto, negli ultimi anni sono cambiate molto e oggi assistiamo a una maggiore vicinanza tra il mondo accademico e quello delle imprese, ma non nel senso di un maggiore “trasferimento tecnologico”, bensì nella fase iniziale, quella dell’ideazione del prodotto finale.

Gli fa eco Sergio Dompé, presidente dell’omonimo Gruppo farmaceutico, fermamente convinto sia che l’Italia è assolutamente in grado di attrarre investimenti grazie alle proprie capacità in campo scientifico sia che il settore - considerando che ormai negli Usa si vendono più pillole che beni alimentari made in Italy - potrebbe effettuare un ulteriore salto di qualità “acquisendo imprese locali e mantenendo la ‘testa’ in Italia”.

Operazione riuscita con successo alla Salini-Impregilo, per dirne una, che deve il 93% del proprio fatturato ad attività su mercati diversi dall’Italia e “nel 2015 ha avviato una nuova fase di penetrazione nel mercato americano con l’acquisizione di Lane”, argomenta Pietro Salini, Amministratore Delegato del Gruppo.

Governo centrale, no grazie

Un’ulteriore alternativa - suggerisce il direttore di Panorama Giorgio Mulè che modera l’incontro - potrebbe essere quella di bypassare la centralità e credere sempre più nella capacità delle Regioni di assumere un ruolo di guida.

Il tema verrà ulteriormente approfondito nel corso della tappa di Panorma d'Italia a New York, con una sessione dedicata alle Good Institutions, e cioè delle regioni d’Italia: alcune più performanti di altre, ma comunque istituzioni stabili, considerando che un governatore rimane in carica per 10 anni.

“Del resto - sottolineano Fabrizio Sala e Patrizio Bianchi diretti interessati, rispettivamente nella veste di vicepresidente della Regione Liguria e assessore della Regione Emilia-Romagna - la stabilità è una caratteristica-chiave delle istituzioni regionali e l’esempio di quanto hanno saputo fare negli anni entità virtuose come le Regioni che rappresentiamo è emblematico”.

Anche il caso di Philip Morris - che tra il 2014 e l’anno in corso ha investito 1 miliardo di euro per realizzare a Bologna l’impianto produttivo delle sue nuove sigarette senza combustione -  rientra alla perfezione nell’economia del discorso. “Le Regioni possono supplire all’instabilità dei governi centrali? Moltissimo - spiega il presidente e ad della sede italiana della multinazionale Usa Eugenio Sidoli -. E non è un caso che i territori dall’ecosistema virtuoso, dove le imprese riescono a dialogare con le istituzioni, crescono meglio e più rapidamente degli altri”.

“Grazie all’eccellente gioco di squadra nella ‘partita-Expo’, la città di Milano e la Regione Lombardia - si aggiunge al coro il Presidente e Amministratore delegato di Ibm Italia Enrico Cereda - hanno fatto sapere al mondo che il terreno per investire era fertile. I cambiamenti alla legge sul lavoro e la consapevolezza del capitale di altissimo valore che ‘fuoriesce’ dai nostri grandi atenei hanno fatto il resto. Riusltato: le imprese straniere hanno ricominciato, seppur ancora timidamente, a dirottare qui parte dei loro investimenti”.

Instabilità e volatilità, dunque, sono le parole tabù più ricorrenti nel descrivere i motivi dello scarso appellino che finora l’Italia ha dimostrato nei confronti degli investitori stranieri. Ma non sono, ahinoi, gli unici, e scendendo su un grado di dettaglio ulteriore facilmente ne affiorano altri, da (eccessiva) burocrazia a (scarsa) certezza del diritto, fino a una tempistica giudiziaria sempre più lunga.

Invitalia - spiega Andrea Miccio, responsabile dell’Area Imprenditorialità dell’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa - è partita proprio da questi concetti e da sempre lavora per offrire alle aziende una corsia preferenziale per aggirarli”, mentre Saverio Rondelli, amministratore delegato e head of Italy della banca d’affari Lincoln International vede “l’attenuarsi della conflittualità che ha caratterizzato la storia politica negli anni passati come un grande passo avanti”, e Marino Marin, di MC Square Capital arriva a presagire che, “in assenza delle barriere di cui sopra, e in presenza di un 'racconto' davvero efficace delle sue potenzialità, l’Italia potrebbe realmente diventare la Cina d’Europa”.

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