Sergio Luciano

-

"Dicono che un voto consultivo come quello di domenica sia inutile? Bè, anche la Brexit è passata attraverso un referendum consultivo, e mi pare che la cosa abbia avuto qualche conseguenza”: è il Maroni di sempre, sorridente e battutista, quello che – nonostante la bronchite – risponde alle domande del direttore di Panorama Giorgio Mulè nell’intervista pubblica sul referendum per l’autonomia prevista dal programma di Panorama d’Italia a Milano.

"Lo so che ci sono i criticoni, ma io credo proprio che di qualche milione di cittadini lombardi e veneti che vanno a votare per l’autonomia nessun governo possa far finta di niente”, aggiunge. “Dal 2001 ad oggi, cioè da quando venne varata la riforma costituzionale che vogliamo attuare ora, nessuna Regione ha ottenuto nessuna competenza in più. Per questo un referendum può fare la differenza”.

C’è l’incognita dell’affluenza, tanto più che il referendum è consultivo: “Il mio obiettivo è il 34%, perché nel 2001 al referendum costituzionale, anch’esso senza quorum, che venne indetto sulla riforma, votò in Lombardia appunto il 34% degli aventi diritto. Questo referendum vuol dare attuazione a quella riforma che dà, ripeto, la possibilità alla Regione di ottenere più autonomia in 23 materie con le relative risorse aggiuntive, ma da allora nessuna regione ha ottenuto più competenze, pur avendoci provato”.

Populismo, indipendentismo, sindrome catalana? “Tutt’altro”, replica Maroni: “Il referendum della Catalogna va contro la Costituzione spagnola, mentre il nostro referendum, come quello veneto, viene indetto per dare attuazione alla nostra Costituzione come riformata nel 2001”.

Poi, qualche “istruzione per l’uso”: “Per votare al referendum consultivo, i cittadini devono recarsi presso il proprio seggio elettorale tradizionale, muniti di documento d’identità valido. La novità riguarda solo la modalità di voto, che per la prima volta in italia sarà elettronico. È semplicissimo, basterà cliccare la propria scelta sul tablet touch screen che l'elettore troverà all'interno della cabina elettorale”.

E poi di nuovo politica: “Mi fa piacere sapere che sono d’accordo con me anche molti sindaci del Pd, visto che avrò a che fare con un governo a guida Pd. Il governatore dell’Emilia Romagna Bonaccini ha firmato un accordo con il presidente del Consiglio? Che ha accettato di aprire un tavolo di confronto con la Regione Emilia Romagna? Peccato però”, ha osservato Maroni, “che Palazzo Chigi ha sottolineato che le autonomie verranno discusse “anche” in forma bilaterale, come se fosse una concessione, in modo da conseguire risultati positivi per la Regione ma anche per l’ordinamento repubblicano e per l’interesse del paese… Insomma, prima dell’interesse della Regione viene dunque l’interesse repubblicano e del paese. Inoltre c’è una novità di oggi che smentisce quest’apertura, cioè che il governo ha proposto alle Regioni nuovi tagli alla spesa sanitaria, per la Lombardia 450 milioni e per l’Emilia Romagna 230 milioni. Se questo è l’esito dell’accordo, be’: poteva anche fare a meno di farlo. È per questo che serve il referendum: perché il voto del popolo fa la differenza”.

Maroni ha ricordato che l’ufficio studi della Confcommercio ha accertato che “se tutte le Regioni spendessero come noi, lo Stato rispamierebbe 23 miliardi. Si chiama "costi standard" che il governo non ha mai voluto fare. Sono queste le cose per cui meritiamo autonomia”.

A chi lo accusa di speculazione elettoralistica, Maroni replica seccamente: “Ho firmato con Renzi un patto per la Lombardia due settimane prima del voto referendario che lui poi perse, proprio perché io lavoro per la Lombardia e per i lombardi, e non esitai un attimo rispetto a quell’accordo, che ci ha portato 6 miliardi, pensando che potesse aiutare politicamente l’allora premier. Quindi non faccio il referendum pensando al voto regionale di primavera 2018. Mi ricandiderò, certo: ho scelto il territorio nel 2013, dopo 21 anni a Roma, e non torno più indietro”.

In più, un retroscena politico: “Berlusconi mi ha assicurato che metterà l’automomia delle Regioni nel programma politico del centrodestra alle prossime elezioni, e io non arretrerò di un millimetro in nessun caso dalle nostre richieste”.

Infine un excursus storico: “La prima fase della Lega possiamo dire sia stata di stampo catalano, secessionista. Poi siamo andati al governo, e abbiamo tentato il federalismo per via riformista, con esiti parziali; adesso vogliamo ripartire da territori per costringere il governo a fare cose concrete. Una rivoluzione gentile che può essere davvero attuata. E a chi ci accusa di essere egoisti verso il Sud replichiamo che è vero il contrario, con questo modello di autonomia il Sud potrà a sua volta riscattarsi”.

© Riproduzione Riservata

Commenti