Antonio Carnevale

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Davvero stiamo diventando tutti più ignoranti? È la domanda alla quale si è cercato di rispondere durante l’incontro dal titolo "Il sapere degli italiani", alla libreria Mondadori di piazza del Duomo, durante la tappa milanese di "Panorama d’Italia". A essere interrogati, tre ospiti più che titolati: Francesco Sabatini, presidente onorario dell’Accademia della Crusca; Giulio Giorello, filosofo della scienza; e Licia Troisi, scrittrice di romanzi fantasy e con una formazione da astrofisica, perfetto «trait d’union» tra il sapere umanistico e scientifico.

Lo spunto per la chiacchierata è arrivato dagli impietosi dati Istat su rapporto degli italiani con la cultura. Quasi un individuo su cinque, lo scorso anno, non ha letto né un libro né un giornale, non ha visitato una mostra, non è andato al cinema né a teatro né a un concerto di musica classica. Ma ciò che è più grave: tre persone su quattro sono incapaci di ripetere ciò che hanno appena letto oppure guardato in tv o sul computer. Neoanalfabetismo? Di andata o di ritorno?

Francesco Sabatini ha messo l'accento sulla lingua degli italiani. Il professore, che al suo attivo ha almeno 30 volumi che indagano il rapporto tra lingua e mutamenti sociali, è in libreria ora con La lezione di italiano (Mondadori). E nel suo intervento milanese ha ammesso che ci sono motivi di preoccupazione. "150 anni fa soltanto il 7 per cento della popolazione era in grado di scrivere in italiano. A partire dagli anni 50 del 900, la televisione ha dato una grossa accelerazione alla lotta contro l'analfabetismo. Poi però c'è stata una battuta d'arresto. La tv stessa ha mostrato un'involuzione del linguaggio. E la scuola non è stata in grado di correre al passo di altri paesi europei. Adesso dobbiamo recuperare terreno" ha detto. "E dobbiamo farlo a partire dalla scuola, riportando l'attenzione alla scrittura sin dai primi anni della formazione, ma anche ripensando il concetto di divulgazione".

Una pratica mobilissima, quella della divulgazione, che però, secondo Sabatini, è mal vista dagli accademici per una forma di snobismo o di elitismo, e che perciò "stenta ad essere praticata con i successi che i paesi anglosassoni hanno invece conseguito già da diversi decenni". D'accordissimo il filosofo Giulio Giorello. Ripercorrendo la storia della scienza, attraverso esempi grandi divulgatori come Galileo Galilei, il filosofo ha aggiunto alla categoria della conoscenza anche quella della "ribellione".

Troppo spesso nella storia recente si è parlato di rivoluzioni, ha detto Giorello, "oggi sarebbe invece più opportuno rivalutare la categoria di ribellione, ovvero la capacità di opporsi non a un sistema una volta per tutte, bensì di contestare ogni ingiustizia, volta per volta. La ribellione, intesa in questo senso, è la più potente arma che abbiamo a disposizione per esercitare il nostro senso critico, ovvero il vero strumento principe per ogni tipo di conoscenza".

Tra i molti spunti di riflessione offerti al pubblico, Licia Troisi ha acceso un faro su una debolezza degli italiani: "Non ho mai conosciuto uno scienziato che non fosse anche avveduto di letteratura o arte; ho spesso incontrato scrittori o umanisti, invece, che non si vergognano della loro ignoranza nelle materie scientifiche. Questo fatto tradisce una concezione della cultura molto diffusa in Italia, quella che vede nelle arti e nelle lettere la vera cultura con la C maiuscola, e che invece arriva a derubricare tutta la scienza come qualcosa che riguarda la tecnica, non il sapere".

I gravi effetti di questa prassi si possono vedere "nella bagarre suscitata dal dibattito sui vaccini, dove un semplice post su Facebook ha il potere di far sentire chiunque un esperto in materia" ha continuato Troisi. Tra le moltissime vie percorse dalla conversazione (sui pro e contro di internet, le incursioni nella cultura di massa, le osservazioni sull'attuale sistema scolastico), l'incontro si è concluso con un invito unanime: la speranza che la cultura italiana abbandoni il brutto vizio dei "saperi chiusi in compartimenti stagni". Quando i grandi esperti delle diverse discipline sapranno incrociare le loro conoscenze, saremo finalmente pronti per una vera divulgazione. E dunque per un sapere in grado di arrivare a tutti gli italiani.

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