Antonio Carnevale

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"Se vuoi essere contemporaneo, leggi i classici": s’intitola così il nuovo libro di Gabriele Lavia, edito da Piemme. E la sua presentazione durante la tappa milanese di “Panorama d’Italia” è stata l’occasione per ripercorrere 56 anni di carriera tra cinema e teatro.

Un libro, dunque, che è anche sorta di autobiografia culturale, ricca di spunti per riflettere sul senso di quella tradizione che va da Omero fino a Pasolini e che – secondo Lavia – rappresenta il "nocciolo della nostra identità".

Che cos’è un classico? "È un’opera che ci consente di guardarci dentro" risponde l’autore. "Rilke aveva ragione", spiega. "Definiva gli animali come gli esseri con gli occhi di fuori, protèsi verso l’ambiente in cui sono immersi. L’essere umano, invece, ha gli occhi in dentro, si guarda all’interno, e si rappresenta". Riecheggiano le parole di Amleto (impeccabilmente recitate): "Amleto, basta. Mi rivolti i miei occhi dentro la mia anima, e lì vedo macchie così nere, che non andranno più via".  

Il viaggio di Lavia intorno ai Classici è insomma il tentativo di spiegare come soltanto "scendendo nel profondo di noi stessi", si possa dare una risposta alle domande "Che cos’è l’uomo? Chi sono io?". Così, "Platone scrive ‘Sono sceso giù al Piero’; il capitano Achab s’immerge nelle profondità di se stesso; Dostoevskij va come un topo nel sottosuolo: tra gli ultimi, gli assassini, le prostitute; e Kafka diventa l’ultimo scarafaggio di questo mondo". E ancora: Omero, Foscolo, Leopardi, Strindberg. Ogni autore implica una discesa, una caduta “Soltanto così ci si può rialzare e dunque risollevare, per essere esseri umani nuovi, migliori".

È questo il tema centrale del libro. Che Lavia affronta mettendo insieme rigore e leggerezza. E che diventa l’occasione per riflettere anche sullo stato di salute della nostra cultura.
Il teatro? “È sempre più minacciato da una politica che mette al centro i numeri e la burocrazia anziché gli attori”. Il cinema? “È un’arte ormai morta, che presto uscirà dalle sale per finire nei musei, come il ricordo di un’epoca passata”. Infine la scuola, che salvo rarissime eccezioni “non ha più insegnanti degni di questo nome, ovvero ‘in-segnanti’, coloro che lasciano un segno dentro”.

Come reagire a un quadro così sconfortante? "Assumendosi la responsabilità di studiare, individualmente; frequentando i Classici, appunto, che sono l’unica via per un rinnovamento dell’individuo e per rieducarsi alla bellezza".
Guardarsi dentro guidati dai classici è "una pratica che può anche essere dura e sofferta”, avverte Lavia. Ma non c’è alternativa, “soltanto il disagio produce progresso” afferma. “Io non sono un tipo molto allegro, e in questo mondo, in fin dei conti, non ci sto benissimo” ha concluso l’attore. "Posso dire però che i miei Classici mi hanno insegnato proprio questo: a sentirmi a disagio nel mondo. Ma è proprio per questo che li ringrazio. E non finirò mai di ringraziarli".

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