Luciano Lombardi

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Una mano bionica, un bisturi cybernetico, un robot telemedico e soprattutto lui, la guest star, il Da Vinci. Partiamo proprio da quest’ultimo, che nasce nella Silicon Valley nel 1996 in un garage come tanti di quelli che hanno dato vita ai colossi dell’era digitale.

Il suo nome - è facile intuirlo - è un omaggio al genio di Leonardo, ideatore del primo robot umanoide della storia. “Si compone di tre elementi - spiega Claudio Varinelli, Responsabile Assistenza Tecnica di Ab Medica, la società che lo distribusce sul mercato italiano - una console chirurgica, un carrello video e un carrello paziente. Un elemento importante da sottolineare è che questi sistemi sono dotati di tutta una serie di feature di sicurezza che, di fatto, azzerano i rischi per il paziente qualora durante l’intervento dovesse verificarsi un qualche malfunzionamento della macchina”.

Oggi, nel mondo, ci sono all’opera quasi 4 mila esemplari, di Da Vinci: per l’esattezza, 2.653 negli Stati Uniti, 665 in Europa, 502 in Asia. In Italia se ne contano 96, di cui 22 nella sola Lombardia.

Mentre Varinelli spiega, un suo collega è all’opera sul dispositivo: realizzerà - a fini dimostrativi - un aeroplanino di carta molto più piccolo di una monetina da un centesimo.

Arti artificiali

Un’altra grande innovazione salita sul palco dell’evento di Panorama d’Italia organizzato da Focus e moderato dal drettore del magazine Jacopo Loredan sulle nuove frontiere della robotica in ambito medico è quella presentata da Lorenzo De Michieli, PhD Rehab Technologies IIT INAIL Lab – Coordinator Technology Transfer - Innovation Manager, la protesi robotica di una mano “in grado di comportarsi in maniera molto simile a un'arto vero e quindi di ridare una funzionalità pressoché totale a tutti coloro che ne hanno subito l’amputazione. Il tutto a costi molto più bassi degli omologhi oggi sul mercato (circa 10 mila euro a fronte di un costo medio triplo)”.

Dopo averne mostrato il funzionamento de Michieli passa rapidamente in rassegna tutti gli altri robot antropomorfi costruiti nei laboratori dell’IIT, tra i quali spiccano il popolarissimo iCub e l’esoscheletro Twin.

Il Prof. Pantaleo Romanelli è un neurochirurgo specializzato, tra le altre cose, nella radiochirurgia cerebrale, nonché direttore scientifico di Ab Medica oltre che di molte altre realtà di tutto il mondo, tra le quali spicca un dipartimento di eccellenza, il Cyberknife Center presso il Cdi di Milano.

Anestesia e riabilitazione addio

Il gioiello tecnologico che ha fatto conoscere al pubblico dell’evento è la versione cibernetica di un bisturi, ovvero “un acceleratore lineare di particelle che permette di intervenire in maniera non invasiva in molte situazioni, per esempio, sui tumori, sui nervi, sui vasi sanguigni”, spiega il medico e scienziato. Un esempio emblematico è dato da una delle nevralgie più dolorose in assolute, quella del trigemino. A fronte dell’intervento tradizionale, che comporta un intervento “open” molto delicato e con tempi di degenza e di riabilitazione medio-lunghi, l’utilizzazione del Cyberknife non richiede anestesia e in mez’ora porta alla risoluzione del problema e alla piena guarigione in 6-7 settimane.

Infine, c'è RP-Vita che ha percorso la sala dell’evento da un estremo all’altro per tutta la sua durata. Si tratta di un terminale su ruote con il quale si può praticare la telemedicina o meglio la telepresenza, ovvero il medico può può comunicare e addirittura in molti casi anche visitare il paziente indipendentemente da dove i due soggetti si trovino. Un caso tipico di applicazione riguarda, per esempio, il poter raggiungere pazienti bisognosi di consulti o cure anche in luoghi remoti che, altrimenti, sarebbero pressoché inaccessibili.

Storia ed evoluzione del fenomeno

“L’inizio dell’uso di robot in sala operatoria può esser fatto risalire agli anni ’80 - illustra Franca Melfi (professore di chirurgia toracica e Responsabile del Centro Robotico Multidisciplinare dell'Azienda Ospedaliero-Universitaria di Pisa) con i primi apparecchi per la chirurgia oftalmica ad essere comparsi nello scenario medico canadese. In seguito, il loro utilizzo si è esteso anche all’ortopedia e alla realizzazione delle biopsie. Ma la vera svolta c’è stata alla metà del decennio successivo, quando a Paolo Alto, in California, è stato creato il primo Master Slave Manipulator”, ovvero l'antenato del Da Vinci di cui si è detto in precedenza. “Con questi sistemi, in pratica - prosegue Melfi - il chirurgo, fuori dal campo operatorio, agisce sulla console per ottenere sul campo operatorio quei fini movimenti che con la sola laparoscopia non è in grado di compiere. Il tutto facilitato dalla visione tridimensionale fornita da una doppia videocamera”.

Dati alla mano, ad oggi i chirurghi in grado di operare con tecniche robotiche sono oltre 33 mila, e i pazienti che sono stati sottoposti a interventi che rientrano nella categoria sono circa 3 milioni.

Ma a fronte di tutto questo progresso tecnologico, cosa resta del “caro vecchio chirurgo” in carne e ossa? domanda Loredan in direzione di Franco Mosca, professore Emerito di Chirurgia Generale dell'Università di Pisa, fondatore e presidente della Fondazione Arpa: “Valgono le regole di sempre, il chirurgo deve saper fare il suo lavoro, anzi c’è da considerare che le macchine magnificano le potenzialità positive tanto quanto quelle negative, pertanto finoscono per amplificare i limiti del chirurgo, qualora presenti. C’è inoltre da tener presente un altro aspetto, cioè che l’evoluzione tecnologica di tali device non avrà dei limiti e pertanto occorrerrà via via imparare a governare il fenomeno in tutte le sue sfaccettature.

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