Antonio Carnevale

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Maurizio de Giovanni a Caserta. Nona tappa del tour Panorama d’Italia. L’occasione è la presentazione di “Attenti al sud”, il volume edito da Piemme che raccoglie il suo contributo al fianco di quelli di suoi illustri colleghi scrittori: Pino Aprile, Mimmo Gangemi, Raffaele Nigro.

Tutti profondi conoscitori del Mezzogiorno d’Italia, ovvero un territorio sempre più raccontato, eppure non abbastanza conosciuto nelle sue ferite e potenzialità.

Attenti al sud è un titolo che contiene diversi significati” ha esordito lo scrittore napoletano. “Significa: state attenti ai problemi del sud, e vuol dire anche state attenti perché il sud potrebbe scoppiarvi in mano, mostrando i suoi aspetti virtuosi e inediti. C’è però un terzo senso, ancora più importante, ed è un invito  a stare “attenti al sud” nel senso letterale, a prestare cioè più attenzione a questa terra, con tutte le sue luci e con tutte le sue ombre”.

Ha colpito dritto al cuore, de Giovanni. “Attenti al sud”, infatti, non ha l’ambizione di essere una raccolta si saggi su un aspetto particolare del Meridione, bensì vuole essere una girandola di riflessioni, anche centrifughe, capaci però di comporre un affresco quanto più vario e sfaccettato dei mille vizi e delle mille virtù di una parte d’Italia sempre più bistrattata, rimossa, sconosciuta, patologicamente proposta nel prisma “dello stereotipo tra clientele e degrado, oppure, all’opposto, tra nostalgia e folklore”.

“Io non sarei così deciso nello scorporare il buono dal cattivo” ha spiegato de Giovanni. “Perché il buono diventa poco credibile quando è scremato da ciò che invece non funziona”.

L'identità del Sud

La chiacchierata prosegue tra chiari e scuri. Con al centro un tema fondamentale della questione meridionale: il modo (fuorviante) in cui il sud viene rappresentato.

“Che tipo di narrazione stiamo consegnando al resto del paese?” si domanda lo scrittore. “Temo che il nostro sia innanzitutto un problema di identità” spiega. “Mi domando se noi meridionali, in fondo, siamo consapevoli di essere sud. Me lo domando perché mi accorgo che l’identità ce l’abbiamo, ma è vista con gli occhi degli altri. È raccontata per esempio da quegli editorialisti che magari a Napoli non vivono più da 30 anni ma ancora scrivono articoli dal titolo “Povera la mia Napoli”, “Che fine ha fatto la mia Napoli”… L’identità ce la facciamo creare artificialmente, ci è affibbiata  da chi pontifica da fuori ma non frequenta il territorio. E dall’interno, noi, un’identità, invece, non riusciamo a trovarla”.

Contro la politica disfattista

Ecco allora la denuncia contro quei politici che definiscono un “cancro politico-sociale” quel territorio che per 50 chilometri quadrati insiste su Napoli, Caserta e Salerno e che però al suo interno contiene importanti poli industriali e culturali. “Soltanto un idiota può pensare di giudicare una terra da un solo punto di vista”.

Strali contro la cultura del pregiudizio. “Napoli vista da Posillipo non è certo la stessa che si vede da Portici”. Mentre è chiara la consapevolezza di una regione in cui la camorra non è l’origine dei mali, bensì “un effetto di quel sistema antico e malato che tiene isolato un territorio dalle tante ricchezze”.

La bellezza chiusa ai cittadini

Non mancano le ombre di cui denunciarsi responsabili. Un vero “dramma” è quello della “bellezza” puntualizza lo scrittore. “Questa immensa bellezza che abbiamo intorno ci accusa costantemente” denuncia. “Abbiamo l’80 per cento delle chiese chiuse, perché non c’è personale che le tenga in piedi e che vi consenta l’entrata. Quando i napoletani passano davanti, girano la faccia, abbassano la testa, perché quella chiesa chiusa è per loro un’accusa. Quella bellezza sta lì a ribadire ciò che potevamo avere e che invece non abbiamo”.

Di chi è la colpa? “Solo nostra” ammette. “Ma in questa costante fuga, quella stessa bellezza ci insegue” prosegue. “Non possiamo liberarci di lei così facilmente. Doverci fare carico di questa bellezza, dover portare la sua croce è allora la nostra maledizione. Perché solo quando capiremo che a questa condanna si deve fare fronte, quando impareremo che dobbiamo guardare in faccia le nostre capacità, soltanto allora potremo cambiare finalmente rotta”.

Si snocciolano numeri. Dati oggettivi di un’arretratezza che ha origine nelle scelte della politica di ieri e di oggi. Si continua per luci e ombre. “Le contraddizioni abbondano” dice lo scrittore. “Tuttavia non dobbiamo rinunciare a testimoniare con forza l’enorme presenza culturale in ogni ambito della creatività” insiste.

“I pregiudizi saranno presto smontati” confida ottimista. E le “tante eccellenze del territorio non potranno rimanere nascoste ancora per molto: esploderanno ben presto, grazie anche ai social network, un nuovo potente alleato nella lotta contro il discredito”.

È un invito ai politici, alla capacità comunicativa degli amministratori locali? “No, a tutti i cittadini” sottolinea de Giovanni. “Dobbiamo essere tutti militanti”.

Ma che cosa significa nel concreto?  “Che il meridionale sappia di essere meridionale e se lo ricordi sempre; e che si assuma la responsabilità della propria identità, nel bene e nel male. Perché nel bene non avremmo né vergogna né paura della bellezza. E nel male fronteggeremmo il problema sapendo, finalmente, combatterlo”.

Luci e ombre da guardare sempre nello stesso quadro, insomma. Il modo migliore per stare davvero Attenti al sud, e all’Italia intera.


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