Sergio Luciano

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"Noi di Ibm non adottiamo questa definizione così diffusa di "intelligenza artificiale". Noi siamo certi che l’intelligenza vera sia soltanto quella naturale. Le nostre soluzioni digitali, le più potenti del mondo, realizzano intelligenza aumentata, una cosa ben diversa”: Luca Altieri, che in Ibm Italia dirige marketing, comunicazione e citizenship, cioè la responsabilità sociale d'impresa, fa tirare un respiro di sollievo a una platea attentissima di manager e imprenditori confluiti a Bari al workshop di “Big Blue” sul l’innovazione digitale. Vivaddio, per il gruppo leader mondiale del settore, per un colosso che da 23 anni detiene il record annuale dell’innovazione per numero di brevetti, con ottomila nuove “patent” ottenute solo nel 2016, a siderale distanza dal secondo classificato, ebbene: Ibm pensa che a guidare lo sviluppo continuerà ad essere la mente umana, e non quella dei robot. Meno male.

Già: ma il sollievo finisce qui, perché poi mettersi al passo dell’innovazione per capirla e sfruttarla e incorporarla nel proprio business richiede una capacità di crescita culturale, di flessibilità operativa e di progettualità non comuni. “Fenomeni planetari come AirB&B, Facebook, Amazon ci dimostrano che con la digital disruption e la digital reinvention il mondo è cambiato e sta cambiando”, spiega, “e lo sta facendo con una velocità sorprendente, e crescente. Le barriere al cambiamento sono cadute o stanno cadendo. Le basi razionali dei business sono state sovvertite, AirB&B è il primo albergatore del mondo senza possedere neanche una camera d’albergo, e Facebook è il luogo dove si legge più che in qualunque altro luogo nel mondo, eppure non produce direttamente neanche un rigo di testo”.

Ecco la sfida: negli Anni Ottanta, l’informatica era il regno dei mainframe, dei grandi computer aziendali, e delle loro applicazioni. Si è passati agli Anni Novanta decentralizzando l’infrastrutturazione delle macchine informatiche. Nel Duemila si è affacciata la Rete nell’uso corrente e dieci anni fa ha cominciato a farsi largo il cloud, che ha cambiato il paradigma del sistema. “Oggi siamo nell’era del cognitive computing, cioè dei sistemi intelligenti, capaci di imparare lavorando e interagire con gli utenti umani.

Questo sta permettendo vere e proprie rivoluzioni. Oggi la Ford è più un’azienda che crea e gestisce sistemi di mobilità che non un’azienda produttrice di automobili, e sta puntando forte sulla connettività per l’uso automobilistico e sulle vetture che si auto-guidano e sul car-sharing. Sta cambiando profondamente la sua relazione col cliente, ieri circoscritta al momento della vendita e agli episodi dell’assistenza, ora costante, di flusso, come in tutte le relazioni di servizio più e prima che commerciali”.

Per Altieri, e per Maurizio Venturi – uno dei “software architect” di Ibm che gira l’Italia per disegnare soluzioni software su misura dei clienti – l’altro elemento-chiave del nuovo scenario è l’abbondanza, precisione e centralità dei dati. “Non crediamo che siano il nuovo petrolio, come dicono altri, ma i dati possono dare una spinta straordinaria al business alla sola condizione di saperne trarre spunti creativi, risposte chiare a domande precise e soluzioni concrete a problemi e progetti”.

Non potevano mancare esempi e suggestioni. “Al centro del nostro sistema di cognitive computing”, spiega Altieri, “c’è il sistema Watson, che interagisce in linguaggio naturale: significa che se gli viene posta una domanda che include la parola "pesca", lui sa perfettamente se si sta parlando di un frutto o di un’attività marittima. Ebbene, questa è l’intelligenza aumentata. Se io, interagendo in maniera così facile, riesco ad attingere alla miniera di dati ricchissima che Watson possiede, posso veramente aumentare in modo esponenziale le mie risorse. Posso scoprire, incrociando i dati meteo con quelli dei caselli autostradali, che in pieno agosto ci sarà qualche giornata di tempo freddo, la città si riempirà e il centro commerciale per il quale lavoro potrà lanciare una campagna di offerta di cioccolata calda, a prezzi agevolati, comunicandolo via mobile ai clienti che si troveranno sul posto, e sbancando!”.

Chiaro. Da far sentire un po’ di vertigine. Ma è così che funzionerà, nel futuro: anzi, già funziona così. “Rendiamoci conto di quel che ci insegna la storia di Car2go”, spiega Maurizio Venturi, “è un’esperienza che ha trasformato la Daimler da fabbrica manifatturiera ad azienda erogatrice di servizi… e il fenomeno è esploso non solo grazie alla Smart, una bella vetturetta che chiunque avrebbe potuto porre al centro di un’offerta analoga, ma grazie a una piattaforma informatica che sfruttando i dati sa offrire un pricing ottimale, leader di mercato”.

Raccontando una propria disavventura da automobilista – con un’auto a noleggio andata in panne durante un suo viaggio – Venturi ha voluto sottolineare quanto ci sia ancora da fare per cogliere gli spazi di opportunità offerti dalle tecnologie: inutili ping-pong telefonici con i centralini di assistenza, un’officina, a destinazione, impreparata ad intervenire sul guasto, con enormi margini di efficienza conseguibili con l’uso delle nuove tecnologie digitali. “Tornando a casa col treno da Pisa”, ha sintetizzato Venturi, “mi sono chiesto che ruolo avessi avuto io, come consumatore: e mi sono detto che ero stato un semplice tramite tra la mia macchina con le sue spie poco comprensibili, la compagnia di noleggio e l’officina. Poca efficienza, tante opportunità quindi per chi le saprà cogliere”.

Per esempio Amazon, che lavorando sul fenomeno del car sharing punta a trasformare le auto a libero noleggio in altrettanti punti di consegna dei suoi pacchi per il pubblico che ha prenotato una determinata vettura in un determinato luogo a una certa ora. Per non parlare del futuro boom della guida autonoma o semi-autonoma. Insomma, il futuro è lì, da prendere. Per chi saprà farlo.

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