Yemen, chi sono gli autori del golpe

La minoranza sciita prende il palazzo presidenziale. Per i sauditi, il rischio di un altro Paese nemico al confine, dopo l’Iraq

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I ribelli sciiti a Saana – Credits: Getty images

Luciano Tirinnanzi

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Per Lookout news

I ribelli Houti hanno preso il palazzo presidenziale, costringendo il presidente Hadi a rifugiarsi in un luogo sicuro, e hanno circondato la sede del governo a Saana. Ma chi sono i protagonisti di questo colpo di Stato?

 La comunità Houti dello Yemen, autrice del golpe in corsoa Sanaa, rappresenta una minoranza sciita di 5 milioni di persone in un Paese di 24 milioni di abitanti, suddivisi in numerosissime piccole tribù. Il loro leader attuale è Abdulmalik al-Houti che, dopo vari tentativi di conciliazione nazionale con il governo centrale, ha cavalcato lo spirito ribellistico della comunità Houti e ha deciso di andare allo scontro diretto. Gli Al-Shabab al-Muminim (i “Giovani credenti”) sono oggi tra i gruppi più attivi in questa fase di opposizione allo Stato.

 Dopo una guerra civile durata fino agli anni Novanta, è seguito il ricongiungimento del Paese a un’unica entità statale, sotto la guida del presidente Ali Abdallah Saleh. Quando però nel 2009 Tariq al-Fadhli, ex leader jihadista originario del sud, rompe col presidente Saleh e annuncia l’intenzione di unirsi alla coalizione di opposizione, chiamata Movimento Mujahideen Meridionale, gli equilibri nel Paese si rompono definitivamente.

 A partire da questa data, lo Yemen viene attraversato da nuove e violente spinte secessioniste, concomitanti con la contrazione delle rendite petrolifere dopo anni di crescita inaspettata che avevano fatto sperare le varie anime della società yemenita in un riscatto sociale che non c’è stato (nonostante la recentissima scoperta del petrolio, infatti, resta il più indigente tra gli Stati della Penisola Araba). In Yemen, la povertà è ancora una realtà per circa 1,4 milioni di persone e l’accattonaggio una professione: i bambini e le donne costituiscono il 70% del totale dei mendicanti, che si concentrano prevalentemente nella capitale Sanaa.

 Le molte anime che dividono lo Yemen
Questa e altre ragioni socio-economiche hanno contribuito al caos odierno e alle tendenze centrifughe delle varie anime di cui si compone il Paese. Da una parte, troviamo il cosiddetto Movimento Meridionale (al-Hiraak al-Janubi), d’ispirazione socialista. Dall’altro, c’è il ramo saudita e yemenita di Al Qaeda, composto dai radicali sunniti riconducibili ad AQAP (Al Qaeda nella Penisola Araba, che proprio in Yemen ha la sua base), che combattono una guerra parallela con metodi terroristici sia contro il governo sia contro gli Houti. Quindi, troviamo gli Houti, comunità di sciiti che fanno dello spirito ribellistico la cifra della loro partecipazione alla politica e che sono arrivati sino al punto da tentare un golpe.

 Ma facciamo un passo indietro. Dopo il crollo dell’Impero Ottomano, di cui lo Yemen faceva parte, tra il 1939 e il 1967 gli inglesi colonizzarono la parte meridionale del Paese, mentre le aree del centro e del nord divennero territorio indipendente, retto dagli Imam Yahia e Ahmad. Nel 1962, alla morte dell’imam Ahmad, il figlio fondò la Repubblica Araba dello Yemen e nel 1967, con la formazione dello Yemen del Sud, il Paese si ritrovò diviso fino ai giorni nostri. Lo Yemen si è costituito come Stato sovrano solo nel 1990, con la caduta dell’Unione Sovietica.

 Nel 2010, sulla scia degli scontri interetnici, il presidente Saleh apre al dialogo nazionale coinvolgendo anche Al Qaeda e riuscendo a imporre un cessate-il-fuoco nel nord del Paese. Tuttavia, il bilancio a fine anno è di 3mila soldati morti, soprattutto dovuti a intensi scontri con i ribelli Houti che, al pari di Al Qaeda, combattono il governo centrale al fine di attuare una secessione del nord del Paese e re-instaurare un imamato sul modello del 1962. Una guerra parallela, intanto, vede scontrarsi ripetutamente Al Qaeda contro gli Houti, riproponendo anche in Yemen la storica contesa sunniti contro sciiti. Per arginare le spinte centrifughe, nel novembre 2011 viene proclamato un governo di unità nazionale e il presidente Saleh fa un passo indietro in favore del suo vice, Abdrabbuh Mansour Hadi.

 Il dialogo nazionale che segue nel 2012 e 2013 porta il nuovo presidente a tracciare una road map costituzionale per trasformare il Paese in uno Stato federale, diviso in sei regioni autonome. Gli Houti respingono però la proposta di nuova costituzione e occupano la capitale Sanaa. A gennaio 2015, siamo ai giorni nostri, tentano un vero e proprio golpe con l’obiettivo di conquistare una volta per tutte il Nord dello Yemen.

 Il futuro dello Yemen e i timori dell’Arabia Saudita
Difficile prevedere gli esiti di questo attacco al potere ma certo è che, come nel resto del Medio Oriente, stiamo assistendo alla fine della geopolitica di stampo colonialista inaugurata con la fine della Grande Guerra e dopo la dissoluzione dell’Impero Ottomano. La spartizione arbitraria delle zone d’influenza occidentali sul Medio Oriente, disegnata dagli accordi di Sykes-Picot e di Versailles, non tenendo conto delle differenze antropologiche, etniche, religiose e tribali, ha prodotto l’odierno caos divisivo che è destinato a modificare forse radicalmente la geografia di questa regione.

 Concretamente, il pericolo si addensa anzitutto ai confini dell’Arabia Saudita. Il Paese baluardo della corrente sunnita, maggioritaria nel mondo musulmano, si potrebbe sentire sempre più accerchiato e ha ragione di temere sia lo scenario di uno Yemen dominato da un élite sciita sia la creazione di un terzo Stato, sempre a guida sciita. In entrambi i casi, il rischio d’instabilità per Riad è concreto, soprattutto considerato il fatto che in Arabia Saudita vivono e lavorano numerose comunità d’immigrati sciiti e che ai pericoli va sommato l’Iraq, anch’esso a guida sciita e dove è in corso un conflitto violentissimo con i radicali sunniti dello Stato Islamico. Si aggiunga che il regno saudita dovrà affrontare presto anche la successione dinastica interna alla famiglia reale, essendo il sovrano ormai novantenne.

 

 

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