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La vittoria di Trump nel caso Iran

I media lo raccontano come se fosse una macchietta ma il presidente Usa sul caso Iran-Soleimani ha dato una lezione a tutti

Sembra proprio che Donald Trump stia uscendo vincitore dalla crisi iraniana. Ieri, in un discorso alla Casa Bianca, il presidente americano ha coniugato due linee contrapposte. Da una parte, ha mantenuto una postura aggressiva, annunciando che "finché sarò presidente l'Iran non avrà mai l'arma nucleare", l’imposizione di nuove sanzioni economiche e invitando Germania, Francia, Cina, Gran Bretagna e Russia ad abbandonare definitivamente l’accordo sul nucleare del 2015. Dall’altra, si è comunque detto disponibile alla rinegoziazione di una nuova intesa, evitando una ritorsione militare per gli attacchi missilistici iraniani di ieri e – soprattutto – lasciando chiaramente intendere di non essere intenzionato a perseguire un cambio di regime in Iran ma soltanto un “cambio di comportamento”. Quello che, insomma, potrebbe a prima vista apparire una sorta di atteggiamento schizofrenico si spiega in realtà come il frutto di una strategia che è progressivamente emersa nel corso di queste ultime due settimane.

Nonostante sia stato da più parti accusato di aver agito in modo incompetente e improvvisato, le parole di ieri mostrano invece come Trump si sia mosso nell’ambito di una logica che, alla fine, potrebbe rivelarsi significativamente vantaggiosa. Non a caso, nella conferenza stampa alla Casa Bianca, il presidente ha rivendicato con forza l’eliminazione del generale iraniano, Qasem Soleimani, avvenuta venerdì per suo ordine. E proprio a quell’eliminazione bisogna tornare per cercare di capire quale strategia Trump abbia messo in campo nel suo serrato confronto con Teheran. L’uccisione di Soleimani ha consentito innanzitutto a Washington di ristabilire la deterrenza contro la Repubblica Islamica: una deterrenza che, negli ultimi mesi, si era progressivamente erosa sotto i colpi di provocazioni e minacce. Eliminando il generale, il presidente americano ha ripristinato una nette linea rossa, lasciando chiaramente intendere agli ayatollah di essere intenzionato ad intervenire in caso di salvaguardia della sicurezza nazionale: un palese monito verso chi ancora considera l’attuale inquilino della Casa Bianca un mero isolazionista. Ma non è tutto, perché l’uccisione di Soleimani ha nei fatti permesso agli Stati Uniti di eliminare una delle figure politicamente più rilevanti della Repubblica Islamica: non solo il generale coordinava l’azione di Teheran nella regione mediorientale ma pare nutrisse anche serie ambizioni in vista delle presidenziali iraniane del 2021. Uccidere Soleimani, in altre parole, ha privato Teheran di un personaggio di primario riferimento, infliggendole così un durissimo colpo sul fronte della sua stessa politica estera (visto che principale architetto ne era proprio il generale).

In tutto ciò, non dimentichiamo che un punto di svolta di questa crisi si sia rivelato l’assalto di dimostranti filoiraniani all’ambasciata statunitense di Baghdad lo scorso 31 dicembre: un atto che, come recentemente riportato da Reuters, Soleimani avrebbe organizzato non solo in ritorsione per un raid statunitense avvenuto qualche giorno prima ma – guardando più  a lungo termine – proprio per spingere gli Stati Uniti a reagire e alimentare così il malcontento della popolazione irachena nei confronti di Washington. La strategia del generale si è tuttavia rivelata eccessivamente spregiudicata: la tutela delle ambasciate è un principio ferreo degli Stati Uniti e Trump ha temuto che potessero verificarsi esiti simili a quanto accadde con la crisi degli ostaggi in Iran del 1979 o con l’attacco terroristico di Bengasi del 2012: se il primo evento determinò la fine politica dell’allora presidente americano Jimmy Carter, il secondo ha rappresentato (e continua a rappresentare) un’oscura controversia per l’ex segretario di Stato, Hillary Clinton.

Nel discorso di ieri, Trump non ha rinunciato a criticare (neppure troppo indirettamente) la politica estera, attuata da Barack Obama. “I missili che hanno lanciato ieri sera contro di noi e i nostri alleati sono stati pagati con i fondi messi a disposizione dall'ultima amministrazione”, ha non a caso affermato. E’ dai tempi della campagna elettorale del 2016 che Trump critica l’accordo sul nucleare con Teheran di Obama e John Kerry come un’intesa mal negoziata. E, con le parole di ieri, il presidente ha ribadito la sua volontà di aprire delle trattative: trattative che l’inquilino della Casa Bianca vuole tuttavia condurre da una posizione di forza rispetto all’interlocutore. Posizione che è stato proprio lui a costruirsi a partire dall’eliminazione di Soleimani. Non a caso, Trump ha aperto il suo discorso smentendo le Guardie della Rivoluzione iraniana, secondo cui la pioggia missilistica avrebbe fatto circa ottanta vittime. “Tutti i nostri soldati stanno bene”, ha scandito. Non solo una rassicurazione alla nazione ma anche un modo per sottolineare l’inefficacia dell’attacco di Teheran. Un attacco che aveva mostrato dall’inizio limiti e stranezze, con il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif che si era affrettato quasi subito a dire che la Repubblica Islamica non volesse un’escalation: posizione che strideva con i toni bellicosi, assunti invece dall’ayatollah Alì Khamenei e dal presidente Hassan Rohani a uso e consumo della politica interna. Inoltre, non trascuriamo che l’attacco missilistico non abbia ricevuto endorsement significativi anche dai principali alleati della Repubblica Islamica. Infine, ricordiamo che – secondo quanto reso noto dal premier iracheno Adil Abdul Mahdi – l’Iran avesse avvertito Baghdad poco prima dell’operazione e che – secondo Cnn – Baghdad stessa potrebbe aver preallertato a sua volta Washington. Quanto emerge da questi elementi è una situazione di debolezza che sembra sempre più contraddistinguere la Repubblica Islamica. Ed è su questo dato che, per l’appunto, Trump vuole sfruttare adesso la propria leva negoziale.

Bisognerà ora capire quali saranno i prossimi passi dell’Iran. Pare tuttavia che Trump stia riuscendo a chiudere con successo una partita che sembrava essersi aperta nel peggiore dei modi. Un fattore che potrebbe avere delle ripercussioni anche sulla campagna elettorale statunitense per le presidenziali del 2020: non dimentichiamo che una delle principali critiche che viene rivolta al presidente dagli attuali candidati alla nomination democratica (a partire da Joe Biden) sia l’assenza di una strategia in politica estera. Un’accusa che, adesso, Trump potrebbe essere pronto a ritorcere contro i propri avversari. E’ pur vero che i democratici restano intenzionati a presentare una risoluzione alla Camera per limitare i poteri del presidente sul dossier iraniano: circostanza che nasce dall’accusa, secondo cui Trump non avrebbe chiesto l’autorizzazione al Congresso per l’uccisione di Soleimani. La linea dell’asinello rischia tuttavia di risolversi in un autogol: al di là di come sembrerebbe si stia concludendo la crisi con l’Iran, non solo infatti i sondaggi mostrano apprezzamento per l’eliminazione del generale. Ma non bisogna neppure dimenticare che, politicamente parlando, la linea dei democratici appaia molto debole, visto che – nel 2011 – Obama avviò l’intervento bellico in Libia senza chiedere alcun beneplacito al Campidoglio. Alla luce di tutto questo, insomma, Trump potrebbe rafforzarsi. Perché, al di là di come la si possa pensare nel merito, l’inquilino della Casa Bianca stavolta ha mostrato di non essere un lunatico che procede a tentoni ma di avere una sua logica e una sua strategia.

Ebbene sì, quindi: Trump ha una strategia. Non una strategia basata su fanatiche pretese di esportazione di chissà quali valori universali. Ma una strategia realista, fondata su deterrenza e pragmatismo negoziale. Una strategia cui il presidente pare stia riuscendo finalmente a convertire anche alcuni falchi di Washington. Monito importante per le anime candide della politica nostrana, che – da Palazzo Chigi alla Farnesina – considerano un astratto “dialogo” come la panacea per le tensioni internazionali. Una pia illusione: perché, come ben sapeva Ronald Reagan, è solo attraverso la forza che puoi costruire la pace.

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