Ho ucciso un uomo. Una confessione, una promessa
La confessione di Matthew Cordle
Ho ucciso un uomo. Una confessione, una promessa
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Ho ucciso un uomo. Una confessione, una promessa

La storia di uno dei video più visti sulla rete, realizzato per cambiare la propria vita e quella di tanti altri

A metà del filmato, il ragazzo scrive su di un foglietto bianco. "Mi assumo tutte le responsabilità per quello che ho fatto". Sotto, a destra della scritta a mano, ne compare un'altra, questa volta stampata. "Because I said I would". Ho detto che l'avrei fatto. Queste due frasi su quel biglietto uniscono le storie di Matthew Cordle, un giovane che si barcamenava tra lo studio e qualche lavoretto, di Alex Sheen, il fondatore di una delle più originali associazioni no profits d'America, e di Vincent Canzani, 61 anni quando è morto, nel giugno del 2013, ucciso in uno scontro stradale da una macchina bianca guidata da Matthew.

I killed a man. Ho ucciso un uomo. La confessione di Matthew è uno dei video più visti sulla rete. Quasi tre milioni di visualizzazioni. Questa è la storia racconta dalla rivista Buzzfeed , di come è nato quel filmato, della voglia di dare un senso al proprio e all'altrui dolore, dell'ingenua e allo stesso tempo straordinaria e potente intuizione di un altro giovane, secondo il quale le promesse, le buone promesse che vengono mantenute, possono rendere migliori noi e il mondo; è la storia di un uomo che doveva ricominciare tutto da capo nell'età in cui generalmente pensi che il treno della tua esistenza non uscirà più dai binari, ma la cui vita è invece stata stroncata in una notte d'inizio estate.

 

Quella sera, il 21 giugno 2013, Vincent Canzani stava rientrando tardi dopo essersi fermato a bere un paio di Diet Coke con gli amici che aveva incontrato nel solito locale. Non beveva alcool, a parte qualche rarissimo bicchiere di liquore. Aveva lasciato il nord dell'Ohio era tornato a Colombus, la sua città natale, dopo il fallimento del suo matrimmonio, durato 12 anni. Guidava in direzione della Quarta Strada quando vide delle luci rosse venirgli addosso. Poi il buio.

Sulla macchina bianca c'era Matthew Cordle, 22 anni, un pò studente, un pò lavoratore, cacciato fuori dall'esercito per indisciplina. Dopo una serata con gli amici cercava di tornare a casa. Era completamente ubriaco. Quando gli agenti della polizia lo interrogarono dopo lo scontro, disse che non si era neppure reso conto di essere stato al volante. "Hai ucciso un uomo" gli disse un poliziotto in ospedale. "Io non ho ucciso nessuno" è stata la sua reazione, quasi rabbiosa.

Accettare le proprie responsabilità non è facile. Matthew aveva voluto convincersi di non essere colpevole. Ma il test sul suo sangue parlava chiaro. I livelli di alcool trovati non davano spazio ad alcun dubbio. Attraverso l'aiuto di qualche avvocato, il ragazzo e la sua famiglia cercavano un via d'uscita dall'incubo di aver fatto un danno e di doverlo pagare. Con qualche anno di prigione. Ma tutti i consulti avevano dato la certezza che la condanna ci sarebbe stata.

E'in quelle settimane che Matthew cerca di capire come dare un senso a questa improvvisa e brutta giravolta che ha fatto il corso della sua vita. Un giorno, vede in televisione al programma di Steve Harvey l'intervista a uno strano personaggio. Si chiama Alex Sheen. E' un ragazzo più o meno della sua età che è già conosciuto nello stato per alcune bizzare iniziative: aveva percorso a piedi quasi 300 miglia per raggiungere la casa di Cleveland dove Ariel Castro aveva tenuto segregate per dieci anni le tre ragazze che erano scomparse nei paraggi dieci anni prima e che erano state date per morte. Una storia finita sulle prime pagine di tutto il mondo.

 

Nell'intervista con Steve Harvey, Alex racconta perché ha fondato la sua organizzazione Because I said I would. Perché pensa che le promesse mantenute possano rendere migliori le persone e il mondo. L'ispirazione gli è venuta dopo aver visto il padre morire di cancro. Il suo lavoro e quello dei suoi volontari è semplice: permettere a chi vuole di fare un promessa pubblica, attraverso internet, con un filmato, o, in modo più antico, spedendo quei bigliettini. E' il valore positivo della buona intenzione, dell'impegno preso, della volontà di mantenerlo.

 

Matthew è attratto da quel giovane visionario. Quelli che ai più, appaiono folli, a volte, cambiano il corso della storia. Forse non è il caso di Alex. Ma una cosa è certa: ha sicuramente cambiato la vita di  Matthew. Il giovane, accusato di omicidio e destinato al processo, lo contatta attraverso Facebook. I due poi si sentono di persona, parlano, si vedono diverse volte. Si devono fidare l'uno dell'altro. Alex alla fine si convince che Matthew non vuole strumentalizzarlo in vista del tribunale, ma che, invece, ha genuinamente voglia di fare qualche cosa che dia un senso a quello che è accaduto, che indichi anche ad altri cosa bisogna fare per evitare di altre tragedie del genere.

Nasce così l'idea del video confessione. I killed a man viene registrato in agosto. E subito dopo la sua diffusione diventa virale sulla rete. La famiglia di Matthew non è contenta, ma, ormai, la cosa è fatta. In settembre, il ragazzo affronta il processo. Si dichiara colpevole. Rischiava otto anni di carcere, viene condannato a sei. Nel 2018 potrà iniziare a a chiedere la libertà condizionata. "Se non avessi fatto il video, forse la mia condanna sarebbe stata più leggera" dice prima di entrare in carcere.

 

Ma Matthew ha voluto farlo quel video. A tutti i costi. Ha mantenuto la sua promessa. Lo doveva a Vincent. E a se stesso.

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